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L’Anima Instabile

27 aprile, 2012

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt unite. Entrambe trattano in gran parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano di maldicenza.

 Questa “lebbra”, messa tra le virgolette proprio perché non è vista dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

 Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

 Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nella “Accademia Celeste”: “Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedono la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?]

 “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.

 “Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

 Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chassidismo sul significato profondo della zara’at.

 L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte Divina da un lato, e dall’altro la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. La Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

 La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, un desiderio forte di lasciare il fisico, che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poiché la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti.

 In tal caso la legge considera la persona afflitta dalla zara’at

 Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

 Nel caso del dubbio, la Yeshivà Celeste preferisce dare una sentenza rigorosa, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato tale anche nel caso del dubbio.

 Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua potenza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

 di Rav Shalom Hazan 

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

La Parola Governa

1 aprile, 2011

Nella parashà di questa settimana si parla della tzara’at (la “lebbra”).

I commentatori spiegano che questa forma di lebbra non era una malattia naturale bensì un fenomeno sovrannaturale che colpiva colui che si macchiava della colpa  di lashòn harà, peccato in cui rientrano maldicenza, pettegolezzi, calunnie e diffamazioni di ogni sorta.

Secondo Maimonide esiste tuttavia un’ulteriore dimensione: vi sono infatti cose che non sono né calunnie né pettegolezzi ma che trasmessi da una persona all’altra si potrebbero trasformare in qualcosa di negativo. Anche questo sarebbe proibito.

Varie situazioni in apparenza innocenti o adirittura positive potrebbero essere Lashòn harà, ad esempio lodare una persona in presenza di un suo nemico che potrebbe reagire in un maniera negativa.

L’autore di “Orchòt Tzadikìm” (Le vie dei giusti) scrive che “prima di parlare, sei padrone delle tue parole. Dopo l’averle pronunciate, le parole sono padroni di te”.

Non di rado ci ritroviamo imprigionati dalle nostre parole, rendendoci conto di aver detto cose che sarebbe stato meglio non dire e che ormai non sono più sotto il nostro controllo.

Il Midràsh racconta che il saggio Rabbì Shimòn ben Gamlièl chiese al suo schiavo, Tavi, di comprargli qualcosa di buono al mercato. Tavi ritornò con un pezzo di carne: un taglio di lingua.

Rabbì Shimòn gli chiese poi di portare qualcosa di cattivo dal mercato. Tavi tornò di nuovo con un pezzo di lingua

“Com’è possibile, chiese il rav, ti ho chiesto qualcosa di buono e mi hai portato la lingua, e ti ho chiesto qualcosa di cattivo e mi porti la stessa cosa?!”

Disse Tavi: “La lingua ha sia il buono che il cattivo. Quando è buono, è molto buono, ma quando è cattivo può essere molto cattivo…”

Ci si può quindi chiedere come mai, data la gravità del peccato di Lashon Harà, perché non esiste più la tzara’at?

Secondo vari commentatori, il segno della tzara’at, essendo un fenomeno miracoloso deve essere meritato. Per potere meritare questa – o qualunque altra – manifestazione Divina, bisogna essere comunque di un certo livello spirituale.

La tzara’at è superficiale – appare sulla pelle – e riflette un problema superficiale. Quando i problemi sono più profondi, vanno affrontati in profondità e il sintomo esteriore non è più sufficiente e cessa di apparire.

Ogni giorno pronunciamo migliaia di parole. Cerchiamo di rimanere consci del loro potere.

di Rav Shalom Hazan

L’Instabilità dell’Anima

24 aprile, 2009

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt (porzioni settimanali) unite. Tutte e due queste Parashiòt trattano in grande parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano con la maldicenza. Questa “lebbra”, appunto, non è vista  dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nell'”accademia Celeste”:

“Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedeno la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?] “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.”

“Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono un unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chasidismo sul significato profondo della zara’at.

L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte divina e la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, una volontà forte di lasciare il fisico che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poichè la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti. In tal caso la legge lo considera afflitto dalla zara’at.

Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

Nel caso del dubbio, l’“accademia” preferisce dare un giudizio rigido, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato così anche davanti al dubbio. Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua forza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

di Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע