Posts Tagged ‘torà’

L’Anima Instabile

27 aprile, 2012

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt unite. Entrambe trattano in gran parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano di maldicenza.

 Questa “lebbra”, messa tra le virgolette proprio perché non è vista dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

 Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

 Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nella “Accademia Celeste”: “Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedono la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?]

 “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.

 “Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

 Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chassidismo sul significato profondo della zara’at.

 L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte Divina da un lato, e dall’altro la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. La Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

 La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, un desiderio forte di lasciare il fisico, che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poiché la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti.

 In tal caso la legge considera la persona afflitta dalla zara’at

 Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

 Nel caso del dubbio, la Yeshivà Celeste preferisce dare una sentenza rigorosa, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato tale anche nel caso del dubbio.

 Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua potenza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

 di Rav Shalom Hazan 

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

L’Educazione Come Garanzia

2 dicembre, 2011
La Parashà racconta di come un unico ebreo andò ad un paese per lui nuovo e strano, ove arrivò con le tasche vuote. Nonostante avesse lasciato la propria casa con tutto l’occorrente, un suo nipote, Elifàz figlio di ‘Essàv, fu mandato a ucciderlo. Ya’acòv riuscì a convincerlo di accontentarsi dei suoi beni che Elifàz prese lasciandò Ya’acòv impoverito.
Arrivato a Charàn, Ya’acòv non trova nessuna persona di fiducia (a parte le proprie mogli, chiaramente). Suo zio, Lavàn, lo ha ingannato. Lui comunque non perde la sua fede in D-o. Per molti anni lavora duramente e alla fine viene ricompensato, anche con la ricchezza, ma più importantemente con figli che seguono la via del loro padre, del nonno Yitzchàk e del bisnonno Avrahàm.
Da questa storia emerge un fatto sorprendente. Avrahàm ebbe un figlio che lo seguì ma anche un’altro che non lo fece, Yishmaèl. Anche Yitzchàk ebbe un figlio che diventò un malvagio, ‘Essàv. Sia Avrahàm che Yitzchàk allevarono i propri figli in casa nella Terra Santa ma ciò non fu garanzia del loro benessere spirituale.
I figli di Ya’acòv, dall’altro canto, nacquero in esilio, in quella che poi sarà chiamata la diaspora. Egli lavorava molto, anche di notte, e al tempo stesso dovette stare attento all’educazione dei figli e delle figlie in un ambiente estraneo che non conosceva il modo di vita di Avrahàm e Yitzchàk.
Nonostante tutto ciò, è proprio lui che meritò una progenia di giusti.
Questa storia di Ya’acòv si riflette anche nella storia dei suoi nipoti in tutte le generazioni. Le promesse di popoli e persone a noi ostili finiscono nel nulla. L’unico appoggio vero che abbiamo è quello di D-o, con il quale comunichiamo attraverso la Torà e le mitzvòt.
Ciò ci insegna che non è solamente l’ambiente o il luogo nel quale ci si trova che garantisce la continuità, ma è l’autentica educazione ebraica che ce le può garantire anche quando l’ambiente non è il massimo.
Di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe zz”l
Scintilla
Il versetto dice degli ebrei nel deserto che camminarono per tre giorni “e non trovarono acqua” (Shemòt 15, 22). Dissero i saggi che l’acqua è anche un allusione alla Torà. I profeti hanno quindi istituito che si legga la Torà di Shabbàt, di lunedì e di giovedì in modo che non trascorrino tre giorni senza sentire la Torà…
Talmùd, Baba Kama 82a

Parole Galleggianti

28 ottobre, 2011

Quande le acque del diluvio divennero molte e riempirono la terra, alzarono la tevà, l’arca, che iniziò a galleggiare sulla superficie delle acque.

Che lezione attuale è nascosto in questo? Il Baal Shem Tov fa notare che la parola tevà (arca) vuol dire anche “parola” in ebraico.

Sono le parole delle nostre tefillòt e della Torà che studiamo, che sono inalzate aldisopra delle acque. Quali acque? Sono le molte acque dei pensieri, le distrazioni, le esperienze umane normali e banali che comunque fanno sì che l’aspetto spirituale del nostro essere, l’anima Divina, venga oscurato e nascosto. Potremmo quindi vedere in cattiva luce queste “acque”.

No, dice il Baal Shem Tov, proprio queste acque sono quelle che fanno salire in alto e illuminare le poche parole di Torà e Tefillà che riusciamo a pronunciare. Proprio perché vengono dette e fatte con sforzo e sacrificio, trascendono le acque, e fanno splendere la neshamà (l’anima).

Proprio come c’è scritto nella Parashà della settimana, sono le acque che fanno salire la tevà – le parole.

di Rav Shalom Hazan

Il Ladro Credente

11 agosto, 2011

“Shemà Yisrael Ado-nai Eloh-énu Ado-nai Echàd.”

Questa preghiera in realta’ e’ un versetto tratto dalla Parasha’ di questa settimana, nella quale Moshé continua ad istruire e preparare il popolo d’Israele ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati al punto di trovarsi, al culmine dei quarant’anni nel deserto, sulla soglia della Terra Santa.

Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di esplorarne alcuni:

1) “Shemà Yisrael” vuol dire “ascolta Israele”. Moshe invita il popolo ad ascoltare, ad approfondire, a prendere atto. Il contenuto del versetto non e’ solamente un invito generico al popolo ma diventa un’esperienza personale. Quando l’ebreo recita lo Shemà due volte al giorno è come se parlasse a se stesso. Chiamandosi con il nome del popolo “Yisrael” la persona dice a se: Ascolta Yisrael: D-o è nostro ed è unico.

2) Nel scrivere la Tora’ vi sono tre misure di lettere. Quelle medie, le piu’ comuni, le lettere grandi e quelle piu’ piccole. Vi e’ sempre un significato e un motivo per la presenza di una lettera “straordinaria”. Nel nostro versetto ne troviamo due. La ‘Ayin ע della parola Shema’, e la dalet ד della parola echad.

Uno degli insegnamenti in riguardo: Unite, queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.
Il significato è doppio. Da una parte, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza della presenza e l’unicità di D-o. Dall’altra, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o. Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10).

Quando ci si chiede “qual è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante molti abbiano cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.

3) Le stesse due lettere messe nell’ordine contrario, formano la parola – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di approfondire la conoscenza del Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).

Il significato è che a parte l’obbligo di credere in D-o, il concetto della fede nell’ebraismo, siamo anche portati a studiarLo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerLo” anche se in modo definitivo la cosa non è possibile.

La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.

Il Talmud parla del ladro che prima di andare a “lavorare” prega il Sign-re che non sia visto e preso. Che paradosso! Se non avesse la fede non pregherebbe, ma se ce l’avesse realmente non commetterebbe furti!

In realta’ la fede potrebbe anche averla, ma ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.

Solo quando accompagnata dallo studio, la conoscenza, la fede fiorisce e produce frutti deliziosi.

di Rav Shalom Hazan

Il Conteggio dell’Omer

29 aprile, 2011

Quando è Shavu’òt?

Il Conteggio dell’Omer si riferisce al periodo che porta dalla festività di Pesach a quella di Shavu’ot. A differenza di tutte le festività volute dalla Torà, per quella di Shavu’òt non viene indicata una data precisa.

Dall’indomani del giorno di riposo (con questo si intende il 1° giorno della festa di Pesach), dal giorno in cui offrirete l’omer (una misura, in questo caso d’orzo), conterete sette settimane integre… conterete cinquanta giorni” (Levitico 23:15-16).

Sette settimane conterai per te… e farai la festa di Shavu’òt per il Sign-re tuo D-o…” (Deuteronomio 16:9)

La data della festa di Shavu’òt corrisponde quindi al cinquantesimo giorno del Conteggio dell’Omer e poteva cambiare a secondo della lunghezza dei mesi di Nissàn e Iyàr poiché quando si stabilivano i mesi secondo la visione della nuova luna non si sapeva sino a fine mese se questo fosse stato di 29 o 30 giorni. (Oggi Shavu’òt viene sempre il 6 di Sivàn).

Il Significato

Vi sono vari elementi nel significato di questa mitzvà. Uno è quello agricolo, il festeggiare ed il ringraziare il Sign-re per la regolare produzione degli elementi base dell’alimentazione (elemento presente in tutte e tre le feste della Torà), simboleggiato nella misura (Omer) d’orzo offerta il 2° giorno di Pesach, per concludere il ciclo con la misura (Omer) di grano offerta durante la festa di Shavuòt, che viene anche nominato nella Torà “festa della primizie”. (Si noti che all’epoca l’orzo era considerato un cibo per le bestie mentre il grano era il cibo degli uomini, cosa che viene simboleggiata nel ‘percorso personale’ dell’Omer, vedi quanto segue).

Un secondo elemento sarebbe quello della preparazione alla ricezione della Torà da parte del popolo ebraico, cosa che avviene proprio cinquanta giorni dopo l’uscita dal Egitto. Durante la rivelazione Divina a Moshè presso il roveto ardente il Sign-re promise che “quando trarrai questo popolo fuori dal Egitto servirete il Sign-re su questo monte”. (Esodo 3:12).

In diverse fonti si ricorda che, come si fa per un evento molto atteso, gli ebrei contarono i giorni dal momento dell’Esodo sino a quello del Dono della Torà. Il conteggio dell’Omer assume quindi il ruolo di un percorso che porta dal pagamenismo egizio all’accettazione del giogo dell’Unico Creatore che dona la Torà. Il percorso, accompagnato dagli insegnamenti kabalistici e khasidici (mistici), assume un’importanza personale e specifica alle emozioni dell’essere umano, suddivise in sette categorie generali i quali vengono a loro volta suddivisi in sette, per dare un signifcato ed un insegnamento specifico ad ognuno dei quarantanove giorni del conteggio (il cinquantesimo giorno è la festa di Shavu’òt). Il concetto generale è quello di trasformare gli istinti base “animaleschi” in emozioni “umane” che possono essere simili a quelle Divine.

Clicca qui per un esempio di un insegnamento per ogni giorno del Conteggio dell’Omer. (In lingua inglese)

Normalmente le mitzvòt legate al calcolare dei tempi specifici (come la santificazione dei mesi, gli anni sabatici e i giubilei) sono affidati alla corte supremo ebraica che fanno le veci del popolo. Nel caso del calcolo dei giorni dell’Omer la mitzvà è affidata direttamente ad ogni individuo ebreo.

Alcune regole del Conteggio dell’Omer:

– Si conta l’Omer dopo il calare della notte. Ad esempio quest’anno il primo giorno dell’Omer è stato mercoledì 16 nissàn (20 aprile), martedì sera al calare della notte del 16 nissàn si è contato il primo giorno. Il momento più opportuno per il conteggio è alla fine della preghiera serale di ‘Arvìt.

– Prima di dire la benedizione bisogna informarsi del numero da contare (e non cercarlo dopo l’aver recitato la berachà).

– Dal momento del calare della notte non si menziona il nuovo numero dell’Omer perché questo sarebbe considerato come averlo già contato. Quella sera la persona non potrà più recitare la berachà apposita (visto che è come se avesse già contato l’Omer e la berachà deve precedere la mitzvà).

– Se durante la giornata la persona si ricorda di non aver contato l’Omer, conta durante il giorno (senza dire la Berachà) e poi riprende regolarmente a contare da quella sera in poi.

– Se invece si è dimenticato di contare durante l’intera giornata si potrà continuare a contare i giorni la sera regolarmente ma senza più recitare la berachà (fino al prossimo anno).

Il Conteggio dell’Omer Online

Il ricodo del conteggio ti arriva ogni giorno nella casella e-mail

Il Lutto

Per motivi storici una parte del periodo del Conteggio dell’Omer è segnato dall’osservanza di un lieve lutto (p. e. non si festeggiano matrimoni). Seguirà un articolo in riguardo.

© 2011 rav Shalom Hazan
è proibito riprodurre senza permesso dell’autore


Il Successo Invita L’Umiltà

19 novembre, 2010
Leggiamo questa settimana del ritorno di Yaacov alla terra natìa ove dovrà superare la prova – potenzialmente pericolosa – dell’incontro con il fratello Essàv.

Il testo della Torà descrive il timore, e adirittura la paura, che provava Yaacov pensando a questo incontro. Il terzo degli Avi prega quindi il Sign-re, invocando la Sua misericordia.

In effetti abbiamo già letto in passato che a Yaacov sono state date delle benedizioni molto particolari che includevano anche delle assicurazioni riguardo la protezione Divina nei suoi confronti. Tuttavia Yaacov apre la sua preghiera con la parola “katònti”, letteralmente tradotto con “sono umile” e nel contesto del verso è come se dicesse “non sono degno di tutte le bontà…che hai operato con il tuo servo… Perfavore salvami dalla mano di mio fratello…” (Genesi 32, 11-12)

Noi siamo abituati ad un mondo nel quale il successo invita la presunzione o comunque una sensazione di contentezza e al minimo un po’ di soddisfazione. Qui troviamo una situazione nella quale una persona ha creato praticamente dal nulla un mini-impero al livello famigliare e al livello economico e questo lo rende… molto umile!

Millenni dopo il rav Schneur Zalman di Liadì (autore del Tanya che festeggeremo questo giovedì sera a Via Balbo) scriveva, anch’esso in un contesto storico particolare, che Yaacov si sentiva umile non nonostante le bontà concesse dal Sign-re ma proprio a causa di queste bontà.

“Il senso è che ogni bontà concessa dal Sign-re ad una persona dovrebbe far sì che essa si senta molto umile. Poiché una bontà Divina rappresenta ‘un’abbraccio’, è come se il Sign-re portasse la persona vicina a Sé, molto più intensamente di quanto lo fosse prima.

“Più la persona è vicina al Sign-re … più grande sarà l’umiltà in lui risvegliata … poiché ‘tutto nei Suoi confronti è come nulla’. Quindi più la persona è ‘nei Suoi confronti’ (ossia vicina a Lui, NDT) più si considera nullo. Ed è questo l’attributo di Yaacov…”

“In contrasto, per le ‘forze negative’ funziona nella maniera opposta; più bontà si dimostra alla persona, più cresce la sua arroganza e soddisfazione di sé…”

Penso che questa prospettiva possa aiutarci ad appronfondire meglio molte situazioni ma anche ad apprezzare molto di più le benedizioni che abbiamo.

di Rav Shalom Hazan

La Lingua e Il Veleno

16 aprile, 2010

La Lingua…

La Forza della Parola

La Parashà di questa settimana parla della tzara’at (la “lebbra”). I commentatori spiegano che questa forma di lebbra non era una malattia naturale bensì un fenomeno soprannaturale che poteva colpire chi peccava di “Lashon Harà” una categoria nella quale si include non la maldicenza, pettegolezzi, calunnie e diffamazioni di ogni tipo.

Secondo Maimonide esiste tuttavia un’ulteriore dimensione: vi sono infatti cose che non sono né calunnie né pettegolezzi ma che trasmessi da una persona all’altra si potrebbero trasformare in qualcosa di negativo. Anche questo sarebbe proibito.

Varie situazioni in apparenza innocenti o adirittura positive potrebbero essere Lashòn harà, ad esempio lodare una persona in presenza di un suo nemico che potrebbe reagire in maniera negativa.

L’autore di “Orchòt Tzadikìm” (Le vie dei giusti) scrive che “prima di parlare, sei padrone delle tue parole. Dopo aver parlato, le parole sono padrone di te”.

Non di rado ci ritroviamo imprigionati dalle nostre parole, rendendoci conto di aver detto cose che sarebbe stato meglio non dire e che ormai non sono più sotto il nostro controllo.

Il Midràsh racconta che il saggio Rabban Shim’òn ben Gamlièl chiese al suo schiavo, Tavi, di comprargli qualcosa di buono al mercato. Tavi ritornò con un pezzo di carne, un taglio di lingua. Rabban Shim’òn gli chiese poi di portare qualcosa di cattivo dal mercato. Tavi tornò di nuovo con un pezzo di lingua.

“Com’è possibile, chiese il rav, ti ho chiesto qualcosa di buono e mi hai portato la lingua, e ti ho chiesto qualcosa di cattivo e mi porti la stessa cosa?!”

Disse Tavi: “La lingua ha sia il buono che il cattivo. Quando è buono, è molto buono, ma quando è cattivo può essere molto cattivo…”

Ci si può quindi chiedere come mai, data la gravità del peccato di Lashon Harà, perché non esiste più la tzara’at?

Secondo vari commentatori, il segno della tzara’at esisteva quando la Lashon Harà non era così comune e quindi poteva servire da ricordo nel caso servisse. E’ come se ci fosse una regola non scritta, che se dovessero essere puniti tutti, alla fine non si punisce nessuno. Evidentemente, in maniera alquanto ironica la tzara’at esisteva solo quando il popolo si trovava a un livello spirituale di gran lunga più elevato del nostro.

La tzara’at è superficiale – appare sulla pelle – e riflette un problema superficiale. Quando i problemi sono più profondi, vanno affrontati in profondità e il sintomo esteriore non è più sufficiente.

Ogni giorno diciamo migliaia di parole. Cerchiamo di rimanere consci del loro potere.

di rav Shalom Hazan

…e il Veleno

Humor ebraico

Un uomo si reca presso il proprio rabbino.

“Rav, qualcosa di terribile sta accadendo, mia moglie sta cercando di avvelenarmi”.

Il rav, sorpreso, si meraviglia: “Ma com’è possibile?”

L’uomo assicura il maestro che è proprio così.

Il rav si offre quindi di parlare con la signora e cercare di trovare una soluzione.

L’indomani l’uomo riceve una telefonata dal rabbino. “Allora, ieri ho parlato con tua moglie al telefono per tre ore. Vuoi sentire il mio consiglio?”

“Certamente rav”, risponde l’uomo.

“Bevi il veleno” ….

Orca Assassina e Vitello D’Oro

5 marzo, 2010

Offro Io…

19 febbraio, 2010

L’ennesimo appello per fare offerte questa settimana lo sentiremo al Tempio nella lettura della Torà…

Nel parallelo antico della libera offerta D-o chiede a chi fosse “generoso di cuore” di offrire il necessario per la costruzione del Tabernacolo (il Santuario temporaneo nel deserto, il Mishkàn) e tutto ciò che servirà al suo interno.

Quale potrebbe essere però la rilevanza storica di una struttura la quale esistenza dipende dalla “generosità del cuore” di individui e non, per esempio, di un governo che ne garantisce l’esistenza attraverso delle tasse obbligatorie?

Fortunatamente, per rispondere a questa domanda possiamo farci aiutare da dei precedenti storici. Lasciamo stare le piramidi egizie, quelle dei Maya, ed altre strutture storiche. Non perché non ci piacciono, semplicemente perché il precedente storico l’abbiamo trovato proprio nel contesto di questo Santuario.

Mi spiego: Questo Tabernacolo temporaneo-mobile costruito a priori per la permanenza, breve in termini storici, nel deserto, è servito in realtà per qualche anno in più.

Seguendo la cronologia degli eventi seguiti al ritorno del popolo ebraico in Terra Santa con Giosuè (Yehoshua) ci risulta che il Mishkàn, il Tabernacolo, fu eretto a Ghilgal, in prossimità del fiume Giordano. Qui riposò per 14 anni. Da qui si trasferì a Shilò ove acquisì una struttura più solida: le mura furono di pietra mentre il tetto rimase di telo come era nel deserto. Quanto durò la permanenza del Mishkàn a Shilò?

369 anni.

Totale: 39 anni nel deserto, 14 a Ghilgal, 369 a Shilò = 479 anni.

(Il Mishkàn fu poi a Nov e a Ghiv’òn per 13 e 44 anni rispettivamente, ma senza la presenza dell’Arca Santa).

Abbiamo quindi un Tabernacolo “temporaneo” che esiste per circa cinque secoli come unico punto di “incontro” tra l’umano e il divino.

Il Tabernacolo cessò di esistere quando fu costruito il Santuario fisso a Gerusalemme. Il Santuario costruito da Salomone (Shelomò) era quindici volte più vasto e tre volte più alto del Tabernacolo. La costruzione durò sette anni e impiegò migliaia di persone. Le festività d’inaugurazione furono senza precendenti.

Dopo la morte di Shelomò, il regno si divise in due. Il figlio di Shelomò rimase a Gerusalemme a capo di sole due tribù (Yehudà e Benyamin) mentre Yerov’am fu dichiarato re dalle rimanenti dieci tribù. I rapporti tra i due regni non erano buoni e il confine non rimase aperto. Yerov’am proibì ai suoi sudditi, membri delle dieci tribù, di fare il pellegrinaggio tre volte all’anno a Gerusalemme.

Il risultato fu che una grande parte del popolo ebraico non ebbe nessuno rapporto con quello che avrebbe dovuto essere il centro della vita spirituale del popolo. La situazione rimase così finché il regno delle dieci tribù fu conquistato e esiliato dagli Assiri (o pochi anni prima).

Il grande Tempio di Gerusalemme fu al centro della vita dell’intero popolo per… 29 anni.

A prescindere dei motivi storici che portarono a questa situazione, ci potrebbe essere anche una lezione per noi, oggi. Per il Tabernacolo del deserto era stata chiesta la libera offerta. La risposta era talmente entusiasta che ad un certo punto Moshè dovette chiedere alla gente di non portare ulteriori materiali perché ce n’erano più che a sufficienza. Di contrasto, il Santuario di Shelomò fu frutto di forti imposte e tasse, anche umane nella forma di schiavi/operai.

Secondo voi cos’è la lezione? Commentate qui!

Di rav Shalom Hazan
da un pensiero di Rav Zushe Greenberg

La Neve e La Zedakà

12 febbraio, 2010

Non so perché la visione dei fiocchi di neve ha un’effetto tranquilizzante (se visti da un luogo coperto e riscaldato ovviamente, e non intendo una macchina…) ma è così. Sarà che il bianco rappresenta per noi qualcosa di puro, di elevato?

Nella tradizione mistica ebraica si cita molte volte un versetto del libro di Daniel che ricorda la neve. In una sua visione notturna Daniel vede degli eventi strani che fungono da metafora per delle azioni che D-o avrebbe preso nei confronti dei popoli. Quando descrive il Sig-re stesso lo vede con delle vesti “di neve bianca” (Daniel 7,9).

Cosa rappresenta la neve e perché è proprio la veste che è descritta in questo modo?

Una delle spiegazioni tratte dalle opere della Chassidùt (Hassidismo):

Cos’è un vestito? Il vestirsi è una esigenza umana esterna (a differenza di quella dell’alimentazione che è interna). E’ anche uno strumento di comunicazione. La persona esprime qualcosa di sé attraverso la maniera nella quale si veste. Al livello elementare, ovviamente, il vestito copre e protegge la persona.

Nella kabalà le mitzvòt (i precetti) sono considerati “vesti”. Vesti nel senso che coprono, cioè nascondo i loro motivi più profondi che sono conosciuti solo da D-o ma anche perché, paradossalmente, rivelano ed esprimono qualcosa di Lui.

Se non fosse per le mitzvòt, noi non avremmo modo di “conoscerlo” o almeno di avere un legame con Esso. Quindi le mitzvòt comunicano.

Perché la neve allora? La bellezza della neve sta nell’insieme di tutti i fiocchi, della nevicata intera e non solo del singolo fiocco. Certo, è bello anche un fiocco, ma la nevicata è maestosa.

Daniel ci insegna che le mitzvòt sono vesti come la neve, belle quando sono prese una ad una, maestose quando sono messe insieme.

Tra tutte le mitzvòt questo concetto si esprime maggiormente in quella della Zedakà (giusta beneficenza). Della Zedakà è detto nel senso metaforico che D-o si veste di essa “come di un’armatura”. Avete presente quelle armature medievali formate di catene e di molti piccoli anelli?

Così come la neve è formata da innumerevoli fiocchi, la forza della Zedakà sta nei piccoli contributi che si uniscono non solo ad assistere gli altri ma anche a formare una grande protezione per chi effettua la mitzvà.

di rav Shalom Hazan

Basato su Likuté Torà Parashà Shelàch, discorso intitolato Ani H’ Elokechem