Posts Tagged ‘torà’

Forestiero e Cittadino

13 novembre, 2009

“Sono un forestiero e un cittadino”. E’ un po’ strano presentarsi in questo modo… “Ma sei cittadino o sei forestiero?!” gli potremmo rispondere…

Ebbene, il nostro padre Avrahàm (Abramo) si presenta in questa maniera al popolo dei Khittei (gli ittiti), avviandosi in una trattativa per l’acquisto di un terreno per seppellirci la moglie Sarah.

Una lettura attenta del testo ci rivela una trattativa che va oltre quella semplice per “l’affare” coinvolto. In effetti è un mini-dibattito culturale.

“Datemi una proprietà di sepoltura affinché io seppellisca il mio morto”, chiede Avrahàm. I Khittei rispondono, sorpresi, come a dire “ma che domanda”, se sei un cittadino è ovvio che usufruisci dei servizi di base offerti a tutti i membri della società, tra i quali quello di poter seppellire i propri morti. “Nessuno di noi ti negherà la propria tomba” gli rispondono gli abitanti del posto.

Ma Avrahàm non accetta la proposta offertagli, esso vuole un terreno specifico e vuole pagare “prezzo pieno, come proprietà di sepoltura”.

Anche il capo dei Khittei in quel momento, un certo ‘Efron, proprietario del terreno in questione, lo offre ad Avrahàm gratuitamente (questo ci indica anche il rispetto del quale godeva Avrahàm nella zona).

Ma no, Avrahàm non è pronto a cedere. Vuole un terreno di proprietà, acquistato e non ricevuto in dono. Alla fine paga quattrocento sicli d’argento per acquistare la grotta e il terreno di Makhpelà nella città di Khevròn. Lì sarà sepolto anche lui, il figlio Yizchàk e la sua moglie Rivkà (Isacco e Rebecca) ed il nipote Yaakov (Giacobbe) e la moglie Leah.

Cosa si nasconde dietro questa bizzarra trattativa?

E’ la condizione dell’ebreo: Forestiero e cittadino. L’ebreo, dove si trova, è cittadino. Parla la lingua, rispetta le leggi, difende la patria, studia, commercia, ecc. Al tempo stesso è forestiero. L’ideale che guida molti aspetti della sua vita è estraneo rispetto agli usi e costumi del suo paese.

Negli ultimi secoli l’ebreo ha dimostrato di potere essere “cittadino” nel pieno senso della parola. La vera forza dell’ebreo si esprime però nel dimostrare al tempo stesso anche l’aspetto “forestiero” dell’essere ebreo, ricordando che la possibilità di essere un bravo “cittadino” è anche grazie al fatto che è un “forestiero”…

di rav Shalom Hazan

All’inizio…

16 ottobre, 2009
Chabad Lubavitch Monteverde

16-10-2009 | 28 Tishrì 5769

Cari amici,

In una metafora esposta dal Baal Shem Tov, gli angeli del giardino dell’Eden si svegliano un bel mattino per raccogliere le opere buone dei uomini della terra e presentarli al Creatore. Abituati a vedere Tefillìn, mezuzòt e opere buone di tutti i tipi, rimangono sbalorditi quel mattino alla vista di suole di scarpe consumate, cappelli sporchi e schiacciati, e così via. Così gli angeli raccoglitori si recano presso il loro capo, l’angelo Michael, per chiedergli una spiegazione.

“Ieri sera era Simchàt Torà”, spiegò l’angelo. “Gli ebrei si sono sforzati al massimo per ballare e gioire con la Torà. Questo è uno dei più grandi regali che possiamo portare dinanzi al Creatore…”

Qui al tempio dei Colli Portuensi questa metafora si è realizzata nella gioia e l’allegria che tutti hanno sentito nei canti e balli con i Sefarìm la sera di Simchàt Torà e nella festa il giorno dopo. Ci siamo accorti che presto dovremo cercare una sede più ampia!

Il Khattàn Torà, Giorgio Moresco, ha concluso il ciclo di lettura della Torà leggendo perfettamente l’ultima parte e domani Mauro Di Nepi, Khattàn Bereshìt, sarà onorato con la lettura dell’inizio di tutto…si ricomincia!

Rav Shalom Hazan
Direttore

Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 16-17 ottobre:

16 ottobre venerdì sera: 18,10

17 ottobre shabbàt mattina: 09,30
Il Kiddush e il rinfresco sono offerti dalla famiglia Di Nepi in onore del Khattàn Bereshìt, Mauro Di Nepi.

17 ottobre shabbàt sera: 18,10 Minchà e ‘Arvìt

Per offrire il prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

Riprendono le Lezioni!

Al tempio Colli Portuensi lunedì 19 ottobre alle 20 riprende la lezione di Tanya e Talmud. Continueremo il viaggio nella profondità dell’anima come esposto sul Tanya e inizieremo un nuovo trattato talmudico, quello di Ta’anìt. Questo trattato, come suggerisce il nome, tratta le leggi dei digiuni minori (ossia non Kippur) ma come ogni trattato del Talmud approfondisce e tocca su miriadi di concetti e situazioni. La prima parte, ad esempio, tratta il concetto di ricordare e pregare per la pioggia, cosa che abbiamo iniziato a fare da poco nella Tefillà. (La lezione è per uomini dai 18 anni).

Riprende anche la lezione del mercoledì sul pensiero ebraico. Ore 20,30 per uomini e donne.

Il Progetto Talmud organizzato da rav Yitzhak Hazan riprende domenica 18 ottobre ore 20 a via Balbo con una lezione su Bereshìt tenuta dallo stesso rav.

La lezione è in memoria di Marlene Gabizon Tesciuba.

(E’ possibile dedicare le prossime lezione in memoria di un caro. Rispondi a questa mail).

Link della Settimana

Corriere.it: L’ultimo ebreo di Kabul

“…Non sa l’ ebraico, se non poche sbiascicate parole delle preghiere. Parla in dari. Su una finestrella ha appese alcune pagine di un giornale della comunità Lubavitch di New York. «Ogni tanto mi aiutano. Inviano qualche soldo e a volte scatole di matzot (il pane azzimo per celebrare le feste, ndr.). In cambio prego per loro». Dovrebbe essere nato nel 1959. Cinquant’ anni portati decisamente male. Ma aiuta dirgli che sta benissimo e sembra più giovane. Se lo si mette di buon umore il suo racconto diventa uno spaccato affascinante della storia della comunità ebraica afghana. Si narra sia antica di oltre 2.500 anni, che risalga ai tempi del primo esilio babilonese….”


Sintesi della Parashà

1. Sette giorni della Creazione. 1° giorno: creazione della luce e sua separazione dall’oscurità. 2° giorno: creazione di una distesa fra le acque, del cielo e separazione fra le acque al di sotto e al di sopra della distesa. 3° giorno: creazione del mare radunando le acque in modo che si veda la terraferma, creazione di quest’ultima e della vegetazione. 4° giorno: creazione del sole, la luna, delle stelle e loro posizionamento nel cielo. 5° giorno: creazione dei pesci, degli uccelli e dei giganti marini. 6° giorno: creazione degli animali e dei rettili. Creazione di Adàm e Chavà. 7° giorno: santificazione dello Shabbàt.

2. Il serpente spinge la donna a mangiare il frutto proibito. La donna mangia e invita il uomo a fare lo stesso. Maledizione del serpente ed espulsione dell’uomo e della donna dal Gan ‘Eden.

3. Nascita di Caino ed Abele (Kain e Hevel). Sacrifici di entrambi e lite tra i fratelli. Kayin uccide Hevel. Maledizione di Kayin. La sua discendenza.

4. Le discendenze di Adamo fino a Noach.

(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)

Perché si inizia dal secondo?

Perché la Torà inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, la bet, e non con la prima, la alef? Perché il mondo è stato creato per due – bet – principi: la Torà e Israel (Rashì).

Il Rebbe di Lubavitch approfondisce il concetto ulteriormente: essa inizia con la bet, la seconda lettera, perché lo studio della Torà è solo una seconda fase, che deve seguire una seria preparazione, in cui è necessario meditare sulla santità e la grandezza di Colui che ci ha dato la Torà. Agendo altrimenti, si rischierebbe di studiarla con un approccio sbagliato, consideradola semplicemente un libro di morale o di saggezza. Solo dopo questo percorso di riflessione è possibile passare alla seconda fase – quella dello studio vero e proprio – il cui scopo essenziale è di avvicinarci e di unirci a Hashem. Infatti, ome scrivono i saggi, per studiaare la Torà occorre Emunà, fede, che iniza con la alef, la prima lettera dell’alfabeto.

La Khassidùt inotlre spiega: in pirncipio, prima di tutto, l’ebreo deve sapere che Dio ha creato il cielo e la erra: alla base di tutta la sua esistenza deve trovarsi la consapevolezza del fatto che ci sia Hashem, Colui che ha creato il mondo e che lo guida sempre.

Tratto dal Khumash Bereshìt edizione Mamash

Perché non mangiamo il maiale – Le Monete Brillavano

17 luglio, 2009

Cari amici,

Questa settimana vi offro, oltre alle altre informazioni, un’altra breve corrispondenza che risponde ad una domanda ricevuta dopo l’invio dell’edizione della scorsa settimana sul tatuarsi secondo l’ebraismo (se non l’hai letto puoi ancora vederlo qui). Spero vi interessi!

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

Perché non mangiamo il maiale?
Buongiorno Rav Hazan,

mi potrebbe dire anche in breve per non recarle troppo disturbo come mai non si può mangiare il maiale..?

grazie
Shabbat Shalom   .
Elisheva

—-
Cara Elisheva,

Per cercare di essere il più chiaro possibile, faccio alcune premesse prima di arrivare alla risposta.

La Torà è un documento divino che nella Sua infinita bontà ci ha donato anche per insegnarci a gestire la nostra vita nella maniera ottimale. Il termine Torà è legato alla parola “hora’à” ossia “istruzione” e in effetti la Torà è un manuale d’istruzioni.

Tra le varie istruzioni che D-o ci trasmette nella Torà vi sono alcune semplici che avremmo potuto anche indovinare da soli (p.e. non uccidere, non rubbare, ecc.) ma che facendo parte della Torà diventano anche una sorta di canale, di legame, che ci lega al Sign-re, poiché li osserviamo in quanto Sue istruzioni e non solamente come frutto di una logica umana limitata e mortale.

Poi vi sono le mitzvòt simboliche, quelle che esistono per commemorare eventi speciali e meravigliosi, come per esempio il Seder che festeggia e commemora l’esodo dall’Egitto.

La terza ed ultima categoria di istruzioni è quella che include tutte le mitzvòt per le quali non possiamo dare alcuna spiegazione logica secondo la mente umana e li conosciamo solamente come istruzioni divine per le quali ignoriamo le motivazioni.

Un esempio classico sono tutte le leggi legate alla “purezza e impurità” di oggetti, animali o esseri umani, leggi alle quali la Torà dedica molto spazio. A differenza del pensiero comune, queste leggi non hanno nulla a che vedere con sporcizia fisica, igiene o pulizia della persona. Sono dei concetti spirituali per i quali non conosciamo bene la dinamica e il motivo.

Per tornare al concetto in questione, quello appunto della Casherùt, forse non molti sanno che anche queste leggi relative all’alimentazione rientrano in questa terza categoria. D-o non ci ha mai rivelato il motivo per queste leggi e quindi non ne abbiamo un’idea chiara.

Certo, è una grande mitzvà approfondire la consocenza della Torà e delle Mitzvòt, e quindi molti maestri e commentatori cercano di spiegare in vari modi anche il concetto della Casherùt. Questo ci aiuta a spiegare meglio a noi stessi perché la dovremmo osservare, ma comunque la Casherùt nella sua essenza rimane uno dei misteri divini della Torà.

Tra le altre spiegazioni, i Saggi parlano della Casherùt come una difesa contro l’assimilazione. E’ ovvio che chi osserva questa Mitzvà è limitato anche nel socializzare in determinati luoghi, ecc., aiutandolo a rimanere in un ambiente frequentato dai proprio correligionari.

Un’altra spiegazione è più spirituale. I Maestri dicono che l’osservare la Casherùt aiuta l’anima a rimanere sensibile a questioni ebraiche e ad avere più diffcoltà ad ignorarle. Questo è ovviamente un concetto spirituale il quale è difficile sentire fisiologicamente ma secondo i Maestri è un dato di fatto (anche perché “siamo quello che mangiamo…”)

E il povero maiale? In realtà il maiale non è “meno casher” di altri cibi che non sono casher. Secondo la Torà, mangiare altri cibi che non sono Casher è grave quanto mangiare il maiale. E allora perché si parla così male proprio del maiale?

Ovviamente non è nulla di “personale” … ma esiste un Midràsh che forse ci può spiegare questo atteggiamento non tanto verso il maiale quanto verso ciò che rappresenta.

Come sappiamo, i segni degli animali Casher sono il ruminare e l’avere lo zoccolo spaccato. Il maiale è un animale che ha lo zoccollo spaccato ma non rumina. Come se mostrasse le zampe dicendo “guardatemi! sono Casher!”, anche se non lo è.

In realtà questa non è una lezione per il maiale innocente ma per noi uomini che dobbiamo imparare a non essere ipocriti, dimostrando i nostri pregi e nascondendo gli aspetti meno
gradevoli della nostra natura.

Shabbat Shalom!
rav Shalom

Le Monete Brillavano

La parashà di Mass’é menziona in modo speciale le figlie di Zelofhàd (Bemidbàr 36), che erano sagge e pie (cf Rachi a proposito di Bemidbàr 27, 4). La loro tradizione è stata perpetuata fedelmente e magnificamente dalle donne ebree di generazione in generazione e giunge a proposito riportare qui una storia chassidicha.

Reb Gavriel, un seguace dell’Alter Rebbe (Rabbì Shneur Zalman, autore del Tanya e Shulchan Aruch HaRav e fondatore del movimento Chabad) e sua moglie Chana Rivka erano sposati da venticinque anni, ma non avevano figli. Lui era stato un prospero mercante di Vitebsk, ma i tempi difficili e le persecuzioni avevano distrutto le sue sostanze.

L’Alter Rebbe si sforzava in quel tempo di ottenere la liberazione di alcuni prigionieri ebrei. C’era bisogno per questo di grandi somme di denaro, che il Rebbe cercava di raccogliere fra i suoi seguaci. Si riteneva che reb Gavriel fosse in grado di donare una certa somma, ma invece egli non aveva la possibilità di farlo ed era assai avvilito di non poter partecipare alla grande mitzvà del pidiòn Shevuyìm (il riscatto dei prigionieri) nella misura che ci si attendeva da lui.

Quando Chana Rivka venne a conoscenza di ciò che tanto addolorava il marito, ella vendette le sue perle e i suoi gioielli per raccogliere il denaro necessario. Poi strofinò e ripulì le monete fino a farle splendere e formulando la preghiera che pure per loro cominciasse a spendere una fausta sorte, fece un pacchetto e lo consegnò a reb Gavriel perché lo portasse al Rebbe.

Quando reb Gavriel giunse a Liozna dall’Alter Rebbe pose il pacchetto di fronte a lui sul tavolo. Il Rebbe gli chiese di aprirlo e ne uscirono le monete sfavillanti. L’Alter Rebbe rimase per qualche momento silenzioso, assorto nei suoi pensieri, poi disse: “Di tutto l’oro, l’argento e il rame che gli ebrei donarono per la costruzione del Mishkàn (il Santuario nel deserto) non vi era nulla che brillasse tanto: solo la conca di rame con il suo piedistallo”.

(Questi oggetti erano stati fatti con gli specchi di rame che le donne avevano donato al Mishkàn con grande generosità e con gioia. Cf Esodo 38, 8 e Rashi sullo stesso).

“Ditemi, continuò il Rebbe, da dove provengono queste monete?”

Gavriel raccontò al Rebbe come stavano le cose e come Chana Rivka avesse raccolto il denaro.

L’Aletr Rebbe, con il capo appoggiato sulla mano, rimase a lungo profondamente assorto. Poi alzò la testa e diede la sua benedizione a reb Gavriel e a sua moglie perché potessero avere figli e lunga vita, ricchezze e ogni altra specie di fortuna. Disse, poi, a reb Gavriel di liquidare la sua azienda a Vitebsk e di mettersi piuttosto a commerciare in diamanti e pietre preziose. Negli anni che seguirono la benedizione del Rebbe accompagnò sempre reb Gavriel che divenne ricco ed ebbe figli e figlie. Morì all’età di 110 anni e sua moglie gli sopravvisse di due anni.

Le monete di carità, di quella materiale come di quella spirituale, possono essere diverse per quanto riguarda valore e quantità, ma quando la mitzvà è fatta con il proprio sacrificio, e tuttavia con gioia, allora essa acquista un valore immensamente più grande e splende di una luce che illuminerà tutta la cita.

(Saggio basato su Liqquté Sichòt, vol IV, 1300; tradotto in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal).

I Tatuaggi Sono Permessi?

10 luglio, 2009

Cari amici,

In questa edizione potete leggere anche una breve corrispondenza che ho avuto con un amico riguardo i tatuaggi nell’ebraismo, che ritengo importante pubblicare dato che ultimamente sembra che il tatuarsi è diventata una “moda” abbastanza diffusa.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan
———
I Tatuaggi Nell’Ebraismo

Caro rav Shalom,

E’ vero che non è permesso tatuarsi secondo l’ebraismo? Ho sentito anche dire che chi ha un tatuaggio non potrà essere sepellito in un cimitero ebraico. E’ vero?

Attendo la tua risposta.
Angelo P.
—-
Caro Angelo,

Sì, è vero. La Torà proibisce esplicitamente i tatuaggi permanenti (nel libro di Vayikrà – Levitico 19,28). Questo vuol dire che in effetti è proibito tatuarsi nello stesso modo che è proibito consumare il prosciutto o mangiare durante il giorno di Kippur.

Cerchiamo di capire un po’ meglio questa proibizione. Nella Torà, questa proibizione fa parte di un contesto di altre proibizioni che riguardano l’allontanamento da comportamenti che sono legati al culto idolatro.

All’epoca (ed in alcune culture ancora oggi), persone dedicato al culto idolatro avevano comportamenti che definivano il loro legame al culto. Quindi, tra l’altro, si radevano la barba, facevano delle ferite sul proprio corpo e..si tatuavano. Il tatuaggio è un segno di appartenenza a un determinato “dio”, simile ad un “marchio” che un padrone imprimeva sulle proprie bestie ed adirittura anche sui propri schiavi.

La Torà comunque lo proibisce categoricamente a prescindere di quale sia l’intenzione della persona che si vuole tatuare.

Vi è anche un’altra considerazione in questa mitzvà ed è quella della “proprietà del proprio corpo”.

Secondo la Torà, il nostro corpo non è un tanto un dono quanto un pegno. Ossia, in realtà non appartiene a noi ed è quindi proibito danneggiarlo o mutilarlo … né usarlo come tela per motivi artistici o sentimentali.

Per quanto riguarda la seconda domanda in realtà anche un ebreo che si è fatto tatuare ha il pieno diritto, secondo la Halachà, di essere sepolto in un cimitero ebraico (anche se è possibile che diverse comunità impostano delle regole per i loro cimiteri e potrebbero quindi impedirlo, non su base halachica ma di uso del posto).

Comunque se stai pensando di tatuarti ti consiglio di vederlo dal punto di vista della vita anziché quella della morte…non pensare alla sepoltura ma all’importanza che l’ebraismo dà al corpo umano e al rispetto che gli è dovuto.

Spero di vederti presto!
rav Shalom
———-
Appuntamento al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 3-4 luglio:

3 luglio venerdì sera: 20,00
4 luglio shabbàt mattina: 9,30
4 luglio shabbàt sera: 20,20

Il Kiddush è offerto dalla famiglia Di Consiglio, Hazzak!

Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!

La lezione del lunedì è rimandata

Lezione di Parashà e Pensiero ebraico mercoledì alle 20,45
—————-

calamita

calamita

Possibilità di Dedica o Pubblicità
Per la seconda volta, stiamo per stampare una calamita con gli orari di entrata e uscita di Shabbàt e le feste per l’intero anno nuovo da rosh Hashanà 5770 (2009-2010).
L’anno scorso ne abbiamo stampate 500 e sono esaurite subito. Abbiamo deciso quindi di stamparne 1000 pezzi quest’anno.
Questa è un’opportunità per potere dedicare l’iniziativa alla memoria di un tuo caro oppure per pubblicizare la tua attività nelle case della gente per un anno intero.
500 pezzi sono già stati dedicati. Il costo di ogni 100 pezzi è di 110 Euro.
Qui sopra vedi un’immagine della calamità dell’anno scorso (dimensioni: 10x18cm). La parte in basso è quella dedicata alla dedica o alla pubblicità.
Lo vuoi fare? Fammi sapere subito!
ravhazan@gmail.com
Hazzak e grazie!
——————–
Le Tre Settimane
Ieri, giovedì 9 luglio corrispondeva al 17 di Tamùz, un giorno di digiuno che segna l’inizio del periodo di lutto spesso detto “le tre settimane” che termina con un’altro digiuno, quello di Tish’à beAv.

Il 17 Tamùz fu il giorno che l’assedio a Gerusalemme da parte dei legionari romani ebbe successo e il muro della città cadde, dando inizio a una battaglia che culminò con la distruzione del Tempio nel nono giorno del mese di Av, Tish’à beAv.

Il periodo di lutto non é solamente una maniera per ricordare la tragica distruzione, ma anche un momento per migliorare i nostri aspetti spirituali e materiali affrettando così la redenzione finale, la ‘cura’ della distruzione.

Un maestro Chassidico raccontò la seguente storia: Un re andò a caccia con il suo miglior amico. Il clima era perfetto, non c’era una nuvola nel cielo. Ad un tratto però il tempo cambiò e nuvole tempestuose coprirono il cielo, scurendo la foresta. I lampi e i tuoni non tardarono ad arrivare e in pochi minuti il re e l’amico cercavano disperatamente un riparo dalle acque torrenziali.

Stavano per rinunciare quando videro una piccola luce in lontananza. Si avvicinarono a ciò che risultò essere una baracca
malandata e bussarono alla porta che venne aperta da un uomo
anziano, visibilmente molto povero. “Cosa volete?” li chiese.
“Solo un rifugio dalla tempesta,” risposero gli ospiti inaspettati.
Il pover’uomo poté offrirli solo un po’ di latte di capra e un po’
di paglia per appogiare la testa, piccoli segni di ospitalità che
furono molto apprezzati date le circostanze. La mattina dopo il
sole splendeva di nuovo e avendo ringraziato calorosamente il
povero vecchio, i due tornarono al palazzo.

Qualche giorno dopo il pover’uomo si sorprese vedendo
arrivare la carrozza reale che si fermò davanti alla baracca. “Che
cosa posso aver mai fatto?…” pensò.

Il re, vedendo che il vecchio non lo riconosceva, gli disse che si
erano già visti e che era venuto a dargli una ricompensa per la
sua gentile ospitalità. L’uomo diventò un aristocratico ricco con
vestiti costosi e una casa grande non lontano dal palazzo reale.

Un amico del vecchietto lo vide e, stupito gli chiese: “Come hai
fatto a cambiare la tua vita in questo modo?!” “Ho offerto latte
di capra e un po’ di paglia al re,” gli rispose.

Disse il maestro agli allievi: Immaginate se l’amico decidesse di
andare al palazzo reale con un bicchiere di latte e un sacchetto
di paglia, verrebbe anche egli ricompensato così? Certamente
no.

Quando il re è esiliato si accontenta anche di quel poco che
un pover’uomo può offrire. Ma quando si trova nel suo palazzo,
non gli basta neanche tutto l’oro e argento che ha.

Adesso, durante l’esilio nel quale ci troviamo da più di duemila anni, il “Re” si accontenta del poco che facciamo per Lui, considerando le circostanze. Ma dopo la futura redenzione non potrà certo bastare solo questo. Approfittiamone adesso che ancora possiamo!

בה
Cari amici,

In questa edizione potete leggere anche una breve corrispondenza che ho avuto con un amico riguardo i tatuaggi nell’ebraismo, che ritengo importante pubblicare dato che ultimamente sembra che il tatuarsi è diventata una “moda” abbastanza diffusa.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

I Tatuaggi Nell’Ebraismo


Caro rav Shalom,
E’ vero che non è permesso tatuarsi secondo l’ebraismo? Ho sentito anche dire che chi ha un tatuaggio non potrà essere sepellito in un cimitero ebraico. E’ vero?
Attendo la tua risposta.
Angelo P.
—-
Caro Angelo,

Sì, è vero. La Torà proibisce esplicitamente i tatuaggi permanenti (nel libro di Vayikrà – Levitico 19,28). Questo vuol dire che in effetti è proibito tatuarsi nello stesso modo che è proibito consumare il prosciutto o mangiare durante il giorno di Kippur.

Cerchiamo di capire un po’ meglio questa proibizione. Nella Torà, questa proibizione fa parte di un contesto di altre proibizioni che riguardano l’allontanamento da comportamenti che sono legati al culto idolatro.

All’epoca (ed in alcune culture ancora oggi), persone dedicato al culto idolatro avevano comportamenti che definivano il loro legame al culto. Quindi, tra l’altro, si radevano la barba, facevano delle ferite sul proprio corpo e..si tatuavano. Il tatuaggio è un segno di appartenenza a un determinato “dio”, simile ad un “marchio” che un padrone imprimeva sulle proprie bestie ed adirittura anche sui propri schiavi.

La Torà comunque lo proibisce categoricamente a prescindere di quale sia l’intenzione della persona che si vuole tatuare.

Vi è anche un’altra considerazione in questa mitzvà ed è quella della “proprietà del proprio corpo”.

Secondo la Torà, il nostro corpo non è un tanto un dono quanto un pegno. Ossia, in realtà non appartiene a noi ed è quindi proibito danneggiarlo o mutilarlo … né usarlo come tela per motivi artistici o sentimentali.

Per quanto riguarda la seconda domanda in realtà anche un ebreo che si è fatto tatuare ha il pieno diritto, secondo la Halachà, di essere sepolto in un cimitero ebraico (anche se è possibile che diverse comunità impostano delle regole per i loro cimiteri e potrebbero quindi impedirlo, non su base halachica ma di uso del posto).

Comunque se stai pensando di tatuarti ti consiglio di vederlo dal punto di vista della vita anziché quella della morte…non pensare alla sepoltura ma all’importanza che l’ebraismo dà al corpo umano e al rispetto che gli è dovuto.

Spero di vederti presto!
rav Shalom

Appuntamento al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 3-4 luglio:

3 luglio venerdì sera: 20,00
4 luglio shabbàt mattina: 9,30
4 luglio shabbàt sera: 20,20

Il Kiddush è offerto dalla famiglia Di Consiglio, Hazzak!

Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!

La lezione del lunedì è rimandata

Lezione di Parashà e Pensiero ebraico mercoledì alle 20,45

Possibilità di Dedica o Pubblicità

calamitaPer la seconda volta, stiamo per stampare una calamita con gli orari di entrata e uscita di Shabbàt e le feste per l’intero anno nuovo da rosh Hashanà 5770 (2009-2010).
L’anno scorso ne abbiamo stampate 500 e sono esaurite subito. Abbiamo deciso quindi di stamparne 1000 pezzi quest’anno.
Questa è un’opportunità per potere dedicare l’iniziativa alla memoria di un tuo caro oppure per pubblicizare la tua attività nelle case della gente per un anno intero.
500 pezzi sono già stati dedicati. Il costo di ogni 100 pezzi è di 110 Euro.
Qui sopra vedi un’immagine della calamità dell’anno scorso (dimensioni: 10x18cm). La parte in basso è quella dedicata alla dedica o alla pubblicità.

Lo vuoi fare? Fammi sapere subito!
ravhazan@gmail.com
Hazzak e grazie!

Le Tre Settimane

Ieri, giovedì 9 luglio corrispondeva al 17 di Tamùz, un giorno di digiuno che segna l’inizio del periodo di lutto spesso detto “le tre settimane” che termina con un’altro digiuno, quello di Tish’à beAv.

Il 17 Tamùz fu il giorno che l’assedio a Gerusalemme da parte dei legionari romani ebbe successo e il muro della città cadde, dando inizio a una battaglia che culminò con la distruzione del Tempio nel nono giorno del mese di Av, Tish’à beAv.

Il periodo di lutto non é solamente una maniera per ricordare la tragica distruzione, ma anche un momento per migliorare i nostri aspetti spirituali e materiali affrettando così la redenzione finale, la ‘cura’ della distruzione.

Un maestro Chassidico raccontò la seguente storia: Un re andò a caccia con il suo miglior amico. Il clima era perfetto, non c’era una nuvola nel cielo. Ad un tratto però il tempo cambiò e nuvole tempestuose coprirono il cielo, scurendo la foresta. I lampi e i tuoni non tardarono ad arrivare e in pochi minuti il re e l’amico cercavano disperatamente un riparo dalle acque torrenziali.

Stavano per rinunciare quando videro una piccola luce in lontananza. Si avvicinarono a ciò che risultò essere una baracca
malandata e bussarono alla porta che venne aperta da un uomo
anziano, visibilmente molto povero. “Cosa volete?” li chiese.
“Solo un rifugio dalla tempesta,” risposero gli ospiti inaspettati.
Il pover’uomo poté offrirli solo un po’ di latte di capra e un po’
di paglia per appogiare la testa, piccoli segni di ospitalità che
furono molto apprezzati date le circostanze. La mattina dopo il
sole splendeva di nuovo e avendo ringraziato calorosamente il
povero vecchio, i due tornarono al palazzo.

Qualche giorno dopo il pover’uomo si sorprese vedendo
arrivare la carrozza reale che si fermò davanti alla baracca. “Che
cosa posso aver mai fatto?…” pensò.

Il re, vedendo che il vecchio non lo riconosceva, gli disse che si
erano già visti e che era venuto a dargli una ricompensa per la
sua gentile ospitalità. L’uomo diventò un aristocratico ricco con
vestiti costosi e una casa grande non lontano dal palazzo reale.

Un amico del vecchietto lo vide e, stupito gli chiese: “Come hai
fatto a cambiare la tua vita in questo modo?!” “Ho offerto latte
di capra e un po’ di paglia al re,” gli rispose.

Disse il maestro agli allievi: Immaginate se l’amico decidesse di
andare al palazzo reale con un bicchiere di latte e un sacchetto
di paglia, verrebbe anche egli ricompensato così? Certamente
no.

Quando il re è esiliato si accontenta anche di quel poco che
un pover’uomo può offrire. Ma quando si trova nel suo palazzo,
non gli basta neanche tutto l’oro e argento che ha.

Adesso, durante l’esilio nel quale ci troviamo da più di duemila anni, il “Re” si accontenta del poco che facciamo per Lui, considerando le circostanze. Ma dopo la futura redenzione non potrà certo bastare solo questo. Approfittiamone adesso che ancora possiamo!

Il Vitello d’Oro: Peccato Imperdonabile?

13 marzo, 2009

Questa settimana seguiamo il dramma che era il vitello d’oro. Il popolo che è uscito dall’Egitto, testimone delle meraviglie e dei prodigi effetuati da D-o, dalle piaghe all’apertura del mare al dono della Torà davanti al monte Sinai, lo stesso popolo adora un idolo. D-o stesso si adira talmente da dire che il popolo non potrà sopravvivere il peccato. Moshè prega il Sign-re affinchè Egli perdoni il popolo, dandoGli addirittura un ultimatum: “Ed ora, se li perdoni [bene]. Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto” (Esodo 32,31).

Nessun essere umano è identificato con la Torà più di Moshè. D-o stesso, attraverso il profeta, la chiamò “la Torà di Moshè il mio servo” (Malachì 3,22) e il Midràsh spiega: “poichè lui ha dato la vita per essa, viene chiamata a nome suo.” (Mechiltà Beshalàch 15,1).

Eppure lo stesso Moshè è disposto a rompere il legame con la Torà per non perdere il legame con il popolo (“Cancellami dal Tuo libro…”).

In realtà, nel dare precedenza al popolo rispetto alla Torà, Moshè segue l’esempio del Creatore. Il fatto che la Torà parla al popolo è un indicazione, secondo il Midràsh, che quest’ultimo è d’importanza maggiore e la Torà è, come se fosse uno strumento progettato dal Signore per approfondire il legame tra Creatore e popolo.

È per questo che i saggi dissero “un ebreo che ha peccato è sempre ebreo” (Sanhedrìn 44a). La trasgressione ha macchiato il legame definito dalla Torà tra l’individuo e il Creatore. Ma c’è un aspetto di questo legame che è ancora più profondo e che quindi non è perso.

E’ come se Moshè dicesse a D-o: “è vero che hanno peccato. Se continui a vedere le cose solo attraverso le lenti della Torà è difficile trovare la via del perdono. Infatti prendo un’altra via:  “cancellami dal Tuo libro”.”

Se nel libro non si trova il perdono, lo cerchiamo altrove, su un piano ancora più elevato. Perché noi siamo uniti ad un livello che trascende la manifestazione Divina come si esprime nella Torà e che tocca proprio la Sua essenza.

Questa storia ci insegna la forza della Teshuvà – il ritorno (pentimento). Quando il libro dice “hai sbagliato” non significa che non esiste una possibilità di riparazione. Nonostante la gravità del peccato, esiste una possibilità e un modo per ritornare.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

Esci dall’Arca!

31 ottobre, 2008

Nella Parashà di questa settimana la Torà ci racconta la famosa storia del diluvio dal quale si sono salvati Noè e la sua famiglia.

Dopo il comandamento Divino di entrare nell’arca e l’anno che passò finché fu di nuovo possibile vivere sulla terraferma, D-o si rivolge di nuovo a Noè dicendogli di uscire dall’arca con tutta la sua famiglia e tutti gli animali sopravissuti al diluvio. (Bereshìt 8, 16-17).

A che cosa serviva un comandamento speciale per uscire dall’arca?

In efetti, per Noè era molto più facile rimanere nell’arca e vivere nella maniera alla quale ormai, dopo un anno, si era abituato. Poiché chi si trovava nell’arca non necessitava di nulla, l’arca era ben fornita.
Non solo la loro salute materiale e l’alimentazione erano garantiti, ma anche dal punto di vista spirituale si stava meglio; non c’erano le distrazioni e gli ostacoli che la gente deve sempre affrontare, consentendo agli abitanti dell’arca di poter servire D-o su un livello più elevato.

È proprio per questo che D-o interviene e dice “esci dall’arca”. Il ritorno al mondo della realtà può sembrare una discesa verso un livello inferiore dove purtroppo bisogna avere a che fare con dei problemi che non contribuiscono al benessere spirituale della persona.

Tuttavia, ogni cosa ha il suo momento. Dopo il diluvio era importante lasciare l’arca ed affrontare i problemi reali del mondo, quindi illuminando anche gli aspetti più oscuri della realtà con la quale si viene in contatto.Questo è possibile, chiaramente, solo uscendo dall’arca.

Questo messaggio ci raggiunge in un momento nel quale potremmo considerarci simili a Noè.

Il mese delle festività appena passato, quello di Tishrì, potrebbe essere considerata “un’arca” per l’ebreo.
Dalla solennità di Rosh Hashanà e Yom Kippùr alla gioia di Succòt e Simchàt Torà egli vive un mese diverso, elevato e distinto da tutti gli altri.

Adesso, entrando nel mese di Cheshvàn (che non ha alcuna una festività) il compito è diverso ma può essere ancora più importante: non solo di godere della luce che già c’è – come durante le feste – ma di trasformare l’oscurità stessa in luce.

Tratto da un discorso del Rebbe di Lubavitch, זי“ע
1 cheshvàn 5749 – 12 ottobre 1988

Il Nemico – Dentro e Fuori

12 settembre, 2008

Leggiamo all’inizio della Parashà odierna: “Quando muoverai guerra sui tuoi nemici ed il Sign-re tuo D-o lo darà in tua mano…”

Le parole della Torà sono molto precise e quando i nemici (plurale) diventano uno solo (“lo darà in tua mano…”) i vari commentatori e Midrashìm cercano subito di capire qual è il significato profondo di quello che sembra essere un errore di grammatica.

Gli egiziani, gli amalekiti, i siriani, i babilonesi, i romani, gli almohades, i nazisti, i fascisti, i comunisti… Nei millenni della nostra storia non ci sono mai mancati i nemici.

In termini generali, essi possono essere divisi in due categorie. Quelli che volevano conquistare la nostra anima, il nostro stile di vita secondo la Torà, rappresentati dal re Siriano-Greco Antiochus (la quale sconfitta festeggiamo ogni anno a Chanukà); e quelli che volevano semplicemente annientarci fisicamente, rappresentati da Hamàn che ebbe il permesso dal re Assuero di uccidere ogni uomo, donna e bambino ebreo sulla faccia della terra (esso ci ha lasciato con la festa di Purìm).

In effetti, però, il nemico è uno solo. Poiché un nemico del corpo ebraico odia anche lo spirito ebraico e il nemico della spiritualità del nostro popolo in realtà non sopporta neanche la nostra esistenza materiale.

Questa è la prima lezione dalla Parashà di questa settimana: Occorre accorgersi che i molti nemici che potrebbere sembrare di esserli per una grande varietà di motivazioni, in realtà sono un solo nemico. Le motivazioni sono molte ma l’odio è unico.

Ci insegna anche, quindi, che il destino materiale e quello spirituale del nostro popolo sono legati senza possibilità di separazione.Che bisogna vedere ogni attacco fisico contro un ebreo come un attacco contro lo spirito eterno d’Israele e vedere ogni minaccia spirituale come una contro la sopravvivenza fisica.

Questa è una verità che esiste anche all’interno della persona stessa.

Il “nemico” che si trova dentro ognuno di noi, il Yetzer Harà, ossia l’inclinazione verso il male (che viene chiamato anche “Satàn”).È una vera e propria lotta interna che si svolge continuamente e in ogni aspetto della nostra vita e il modo di vincerla è riconoscendo di essere “sui nemici” ossia sicuri di essere di una superiorità morale e spirituale rispetto al nemico, cosa che ci aiuta a combattere ed a conquistare sia quello interno che quello esterno.

Adattato da rav Shalom Hazan dalle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

L’Ebreo e i Viaggi

1 agosto, 2008

Un’immagine forte e forse troppo costante… L’ebreo che viaggia. Purtroppo è un’immagine con brutte associazioni; l’esilio, la diaspora, le persecuzioni… C’è però l’aspetto contrario e quindi positivo, quello dei viaggi verso una redenzione, verso un bene.

Di questi viaggi parla la nostra Parashà che si intitola appunto “viaggi”. I viaggi e le tappe in questione sono quelli – quarantadue in totale – che portarono il popolo dal’Egitto alla Terra Promessa. I viaggi, secondo il Ba’al Shem Tov rappresentano anche il percorso dell’ebreo nel corso della sua vita. Ogni viaggio ed ogni tappa indicata dalla Torà corrisponde ad un viaggio e ad una tappa nella vita di ogni ebreo.

Ma come, chiede il Rebbe di Lubavitch, è forse possibile che le tappe che rappresentano un momento di debolezza, un peccato o adirittura una ribellione contro il Sign-re debbano trovare riscontro nel nostro percorso?!

Ebbene, la risposta è sì. La domanda è, però, che tipo di riscontro.

Le varie tappe del nostro percorso si possono considerare ambigue in un certo senso. È il nostro compito saperle gestire nel modo corretto e quindi trasformarle in qualche cosa di santo, di elevato.

Ciò che è stato gestito male nel passato può servire da lezione e come punto di partenza per noi quando ci troviamo in una situazione simile o analoga.

È importante ricordare inoltre che i viaggi degli ebrei nel deserto non erano dei semplici percorsi ma ogni viaggio ed ogni tappa furono comandati direttamente dal Sign-re. Neanche Moshè diceva al popolo quando e dove sarebbe stata la prossima tappa, o quando si sarebbero di nuovo messi in viaggio, perché lui stesso non lo sapeva. D-o lo indicava facendo salire o scendere la nube della Sua gloria.

Quindi bisogna ricordare questo insegnamento dell’ebraismo che la vita con i suoi percorsi ha un significato ed una coerenza. Non ci troviamo sempre immediatamente d’accordo con le situazioni che ci vengono incontro, ma alla fine ci rendiamo conto che la strada può essere lunga, dura e piena di vicissitudini ma è comunque sempre “secondo la parola di D-o”.

Shabbat Shalom!
Rav Shalom Hazan

L’Agnello, il Leone e la Libertà

9 luglio, 2008

Un ebreo anziano si accomoda su una panchina nel parco e inizia a leggere una pubblicazione antisemita. Il suo migliore amico, scioccato, gli domanda: “Perché leggi questo giornale?! Meglio leggere il quotidiano ebraico…”

L’uomo risponde: “Nel quotidiano ebraico si legge solo di problemi. L’assimilazione, l’antisemitismo, ecc. A me piacciono le notizie positive che trovo in questo giornale: l’ebreo è ricco, controlla tutto il mondo…”

Nella Parashà di questa settimana la Torà narra la storia di Balak, re moabita, che assunse Bil’àm, un grande profeta pagano, per maledire il popolo ebraico in modo che questo non lo sconfigga nella lotta per la terra d’Israele.

Bil’àm, nonostante fosse un grande nemico del popolo d’Israele, essendo un profeta non poteva che trasmettere ciò che gli veniva detto. Invece di maledire il popolo, li benedì con delle benedizioni splendide, forse le più belle della Torà.

Certo, è bello ricevere un complimento da un amico, ma una benedizione da un nemico è maggiormente apprezzata. È un’indicazione che il complimento è autentico e dimostra un rispetto da parte del nemico.

Nella tradizione ebraica, il nostro popolo viene paragonato ad un agnello, una pecora, ecc. Ecco come ci vede Balaam (Bemidbar 24, 9):

“Egli si china, si accovaccia, come un leone, come una leonessa. Chi lo farà rizzare? Chi ti benedice sarà benedetto, colore che ti maledicono saranno maledetti…”

Che cosa è il signifcato di questo paragone al leone?

Nel Talmud troviamo le leggi — molto dettagliate — riguardo i danni inflitti da animali domestici. Queste norme non sono applicabili al leone, che secondo il Talmud può essere domato ma mai addomesticato. Il leone rimane sempre essenzialmente libero e quindi imprevedibile.

Secondo la mistica, è proprio a questo che alludeva Bil’àm nella sua lode al popolo ebraico:

Per molto tempo siamo esiliati in un mondo che ha cercato di “domarci” e farci seguire i suoi modi. A volte può anche sembrare che siamo stati “domati”, così come il leone del circo sembra, apparentemente, domato.

Ma in verità anche il leone accovacciato rimane libero dentro. Libero di vivere secondo la sua vera identità anche dopo secoli di sottomissione.

Dentro di sé l’ebreo ha un’anima libera da tutti i limiti che il mondo può imporre, e con la forza della volontà e un po’ di impegno ognuno può liberarsi dalle catene spirituali.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע
Adattato da Rav Shalom Hazan

Mare, Montagna o… Deserto?

20 giugno, 2008

Durante il viaggio degli ebrei attraverso il deserto verso la Terra Promessa non sono mancati i momenti problematici. Forse quello più tragico è stato l’episodio degli esploratori, i meraglìm.

Dopo l’esplorazione di tutta la Terra quasi tutti i rappresentanti delle dodici tribù diedero espressione alle loro impressioni negative di essa, dicendo che gli abitanti fossero troppo potenti, le città fortificate inconquistabili, la terra inospitale, e così via.

La gravità del loro peccato e le conseguenze sono ben note. Il popolo ebraico ha dovuto subire una permanenza di quarant’anni nel deserto, finché non fossero morti tutte le persone della generazione uscita dal Egitto. Come sempre, l’aspetto mistico della Torà ci dà una visione ulteriore, una visione di un mondo unico, un mondo che contiene solo kedushà-santità, spiegandoci che perfino in un luogo del genere esiste la possibilità di peccare, ossia il non seguire la volontà di D-o.

Le fonti mistiche spiegano che gli esploratori e gran parte del popolo volevano rimanere nel “mondo del pensiero” o nel “mondo della parola”.

Che cosa vuol dire questo?

(more…)