Posts Tagged ‘torà’

Si Può Avere Tutto?

13 giugno, 2008

Nella Torà, anche la prossimità di due brani particolari può fare da spunto per approfondimenti, lezioni e applicazioni pratiche.

All’inizio della parashà di questa settimana D-o istruisce Aharon di accendere la menorà. Rashì, il commentatore per eccelenza, cita il Midrash che spiega il legame tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.
Quando Aharon vide il contributo dei capitribù si sentì a disagio per il fatto che né lui né la sua tribù prese parte nel contributo. HaKadosh Baruch Hù gli disse: “Giuro che a te spetta un servizio più importante, perché tu accenderai e preparerai i lumi.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di partecipare alle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la mitzvà della menorà diventa una risposta e una consolazione per lui.
Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati separati da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn, il Tabernacolo. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte dei capitribù, era niente meno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì: Si sentì a disagio.

Aharon era completamente dedicato a quello che era la sua opera di vita, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una mitzvà fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Specialmente in questo caso che si trattava di un servizio inaugurativo, quindi nuovo e di base. Quando vide questo, non fu geloso, ma si sentì comunque a disagio.

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, quanto più se riguarda l’educazione — inaugurazione (Chanukà) in ebraico è legato a educazione (Chinuch)—ci dovrebbe turbare il “perchè non sono coinvolto anch’io”.

Ma non dobbiamo sentirci a disagio. Possiamo, e quindi dobbiamo essere coinvolti.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

La Torà: Pace e Unità

5 giugno, 2008

Riguardo il dono della Torà il Talmùd dice: “Benedetto sia D-o che ha dato una triplice Torà ad un triplice popolo, tramite un terzo genito nel terzo giorno del terzo mese” (Shabbàt 88a).

La Torà include tre parti: il Pentateuco, i Profeti e gli Agiografi; il popolo è diviso in tre: cohanim, leviti e israeliti. Moshè eral il terzo figlio, dopo Miriam e Aharon. Il dono della Torà accadde nel terzo mese (Sivàn) dopo tre giorni di preparazione da parte del popolo.

È chiaro che al numero tre viene attribuita una grande importanza. Per quale ragione?

Il numero tre è quello che simbolizza la possibilità di fare pace. Poiché quando c’è solo uno non ci sono dubbi né discussioni. Mentre quando ci sono due è chiaro che c’è un contrasto perchè non sono uguali (se fossero uguali sarebbero considerati “uno”!). Se c’è un terzo vuol dire che introduce e contribuisce qualcosa che i primi due non hanno – poiché è chiaro che D-o non ha creato qualcosa che non abbia uno scopo specifico (Talmùd Shabbat 77b).

Lo scopo del terzo quindi è quello di decidere tra i due precedenti per arrivare a fare pace. Ma la pace del terzo non è semplicemente una decisione di accettare uno dei due e scartare l’altro.

Secondo una delle regole del esegesi dei versetti della Torà, se ci sono due versi che si contrastano si trova un terzo che risolve il problema. Questo terzo verso non annulla nessuno dei due versetti illuminandoci invece sul significato profondo facendo sì che non ci sia più un contrasto.

La terza opinione decisiva è una nuova opinione più profonda con la quale possono trovarsi d’accordo anche le due opinioni precedenti.

Un esempio dalla nostra vita: Abbiamo due “opinioni” dentro di noi, l’inclinazione verso il bene e quello verso il male. La terza forza, quella della risoluzione e la decisione, riconosce la raison-d’être profonda di tutti e due i punti di vista. Il vero scopo dell’inclinazione verso il male non è di fare sbagliare l’uomo ma di metterlo alla prova in modo che possa scegliere il bene nonostante le tentazioni al contrario. Quindi le due inclinazioni del uomo hanno lo stesso scopo: portarlo a fare del bene e a portare una vera unità dentro la persona e nell’ambiente che lo circonda.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

La Bellezza del Deserto

29 Maggio, 2008

La parashà di questa settimana che apre il quarto libro della Torà, si chiama Bemidbàr, ossia “nel deserto”. Il Midràsh dice: “La Torà è stata data specificatamente alla [generazione che] mangiava la manna” (Mechilta, Beshalach). Cerchiamo di capire perché.

Nel deserto non ci sono fabbriche né grattacieli di uffici. Quindi vivendo nel deserto, probabilmente non avresti un lavoro. Non ci sarebbe un capo né degli impiegati.

Nel deserto non ci sono né città né zone, quindi non ti troverai mai dalla parte sbagliata. Non ci sono grandi magazzini né negozi di alimentari, quindi indosseresti le stesse scarpe per quarant’anni e mangeresti la manna dal cielo.

È per questo, dichiarono i nostri saggi, che D-o ci diede la Torà proprio nel deserto.

Se l’avesse dato a Wall Street, avrebbe dovuto decidere chi nominare al consiglio d’amminstrazione e a chi dare la maggior parte delle azioni. Se l’avesse dato nella Terra Santa, avrebbe dovuto decidere se darla nella religiosa Gerusalemme, la mistica Tzefat o la hi-tech Tel Aviv.

D-o non voleva degli azionisti nella sua Torà, né un’infrastruttura aziendale e nessun contesto sociale o politico. In effetti, non voleva nessun contesto in assoluto. Solo noi e la Torà.

Non sarebbe stato grandioso rimanere nel deserto?

Dal momento che D-o era sicuro che avevamo percepito il messaggio — che la Torà non è un prodotto di un’era, un’atmosfera o un ambiente culturale particolare e che appartiene per intero ed in assoluto ad ognuno di noi — ci ha mandato nelle città e nei villaggi del Suo mondo, alle fattorie e i mercati, alle università e gli uffici.

Ci ha detto che Lui aveva già fatto la Sua parte e che adesso tocca a noi far sì che la Torà sia rilevante in tutti questi posti ed in tutti questi contesti.

In ogni modo, è sempre bello tornare nel deserto di tanto in tanto. Almeno per una visita.

Di Yanki Tauber per Chabad.org,
adattato e tradotto da Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
זי“ע

Il Mestiere dell’Ebreo

23 Maggio, 2008

Oggi è il diciottesimo giorno del mese ebraico di Iyàr, che corrisponde al trentatreesimo giorno del conteggio dell’Omer, e fu il giorno nel quale cessò la piaga che colpì i discepoli di Rabbì ‘Akivà. Il lutto che si osserva durante il periodo dell’Omer è quindi sospeso e si celebra la giornata con gite all’aperto, musica e vari generi di divertimenti per i bambini.

Lag Ba’Omer è anche il giorno della scomparsa di uno dei più illustri discepoli di Rabbì ‘Akivà, Rabbì Shimòn bar Yochai. In questo giorno, molti si recano alla tomba di questo grande saggio e mistico, a Miròn, in Galilea.

Prima di lasciare questo mondo Rabbì Shimòn impartì ai suoi discepoli di celebrare il momento come “il giorno della mia gioia”.

I maestri chassidici spiegano che l’ultimo giorno della vita di uno tzaddìk rappresenta il momento in cui tutti i suoi insegnamenti, le sue azioni e il suo operato raggiungono il culmine della perfezione e l’apice del loro effetto sulla vita di tutti noi.

Rabbì Shimòn, nel suo impegno assoluto nello studio della Torà, rientrava nella stretta cerchia di persone a cui venne attribuito il titolo di “Toratò Umanutò”, ossia di cui “la Torà è il mestiere”. Questa definizione halachica esonera coloro a cui viene attribuita da varie mitzvòt, a causa del loro impegno costante nello studio.

Anche tra i Tannaìm, i maestri della Mishnà, non molti arrivarono a questo livello. Ciò nonostante, qualche lezione dalla vita di Rabbì Shimòn la può trarre ognuno.

Infatti è possibile per ognuno considerare lo studio della Torà come se fosse il proprio mestiere.

È chiaro che un artigiano si occupa anche di altre cose a parte il suo mestiere. Al tempo stesso, l’occupazione principale sulla quale concentra le sue forze e rivela i suoi talenti è comunque nell’ambito del suo mestiere.

Lo stesso vale per lo studio della Torà di ogni ebreo. Ovviamente è la Torà stessa a riconoscere la necessità di lavorare e curare i vari aspetti della vita quotidiana terrena. Tuttavia, ciò non va in contrasto con i momenti dello studio, al contrario, la vita materiale inizia a riflettere e ad essere un’espressione pratica  dello studio.

Ma c’è qualche cosa in più. Nel momento stesso che l’ebreo studia la Torà  — questo vale non solo per la Torà nel senso stretto del Pentateuco, ma per tutto il corpo di studio ebraico — è come se non avesse alcuna altra occupazione al mondo.

È un ebreo che sta studiando la Torà. È il suo mestiere.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

Quattro Tappe – Il Viaggio Verso Pesach

3 aprile, 2008

Durante il periodo che precede Pesach vi sono quattro Shabbatòt nelle quali si fanno uscire due Sefarìm. La prima, ovviamente, per la Parashà della settimana e la seconda fa parte di una serie di brani della Torà che ci aiutano a prepararci per Pesach.

Il primo brano si chiama Shekalìm. In questo brano si legge dell’obbligo di contribuire un mezzo Shekel per la costruzione del Tabernacolo. La seconda è Zachòr, il comandamento di ricordare ciò che fece il malvagio Amalek che fu il primo popolo ad attaccare il popolo di Israel dopo l’uscita dall’Egitto.
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Perché Mangiare Kosher?

27 marzo, 2008

La nostra Parashà (Sheminì) introduce le regole alimentari della Kasherùt. Gli animali devono essere ruminanti e avere lo zoccolo spaccato; i pesci devono dimostrare pinne e squame, e la Torà ci presenta con una lista di uccelli non permessi.

Molti hanno l’impressione errata che le leggi della Kasherùt sono state stabilite semplicemente per tutelare la salute e l’igiene. Migliaia di ebrei, tra i quali alcuni che mangiano Kosher, sono sfortunatamente ancora sotto questa falsa impressione.

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La Purezza dei Bambini

13 marzo, 2008

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta, più che altro, delle norme riguardanti i sacrifici che venivano portati nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza, la prima parashà della Torà che viene insegnata ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza è in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione di questa usanza (Vayikrà Rabbà 7,3). “Rav Assi disse, perchè i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiché i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che vengano i puri e si occupino [dello studio] dei puri.”

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La Testimonianza e la Preghiera

7 marzo, 2008

Pekudé, l’ultima Parashà del libro di Esodo, include il resoconto del lavoro eseguito e il materiale usato per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo.

Il primo versetto, però, sembra ripetersi: “Questi sono i numeri del Mishkàn, il Mishkàn della testimonianza…”

La Torà, sappiamo, non usa neanche una lettera in più senza avere una motivazione profonda. Perchè allora la ripetizione del termine “mishkàn” all’inizio della Parashà?

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La Fatica Tranquilla

28 febbraio, 2008

All’inizio della Parashà di Vayakhèl la Torà racconta che Moshè radunò il popolo e ricordò loro diverse leggi e in particolare l’obbligo di osservare lo Shabbàt. “Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo giorno sarà per voi giorno di riposo assoluto, Sabato consacrato al Sign-re” (Esodo 35 ,2).

I maestri del Talmùd deducono da questo versetto che non solo l’osservanza dello Shabbàt è una mitzvà ma anche il lavoro dei giorni feriali fa parte del servizo del Sign-re.

Il versetto contiene anche un’allusione alla maniera nella quale dovrebbe svolgersi questo lavoro. Moshè, che si trova con il popolo radunato dinanzi a lui, non dice “per sei giorni lavorerai” in prima persona, ma “si lavorerà” — come se questo lavoro si svolgesse da solo.

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