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L’Anima Instabile

27 aprile, 2012

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt unite. Entrambe trattano in gran parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano di maldicenza.

 Questa “lebbra”, messa tra le virgolette proprio perché non è vista dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

 Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

 Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nella “Accademia Celeste”: “Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedono la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?]

 “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.

 “Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

 Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chassidismo sul significato profondo della zara’at.

 L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte Divina da un lato, e dall’altro la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. La Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

 La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, un desiderio forte di lasciare il fisico, che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poiché la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti.

 In tal caso la legge considera la persona afflitta dalla zara’at

 Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

 Nel caso del dubbio, la Yeshivà Celeste preferisce dare una sentenza rigorosa, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato tale anche nel caso del dubbio.

 Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua potenza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

 di Rav Shalom Hazan 

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

I Colori delle Emozioni

24 febbraio, 2012

I Colori delle Emozioni

Farai la copertura del Tabernacolo di dieci tende di lino ritorto, di [fili di lana] turchese, di porpora e scarlatto… (Esodo 26:1)

I quattro fili menzionati nel verso alludono a quattro elementi basilari nel nostro rapporto emotivo con D-o.

Il scarlatto allude al fuoco. Il fuoco della nostra anima è l’amore ardente del Sig-nre che è il risultato della meditazione sulla Sua infinità trascendente. Nel riconoscere la realtà della trascendenza Divina, fino al punto che è solo Lui la vera realtà, veniamo avvolti da un passionato e fuocoso desiderio di evadere dai limiti del mondo per conoscerLo meglio e unirsi a Lui. Questo è un sentimento legato all’amore, il volersi avvicinare.

Turchese è il colore del cielo ed allude alla nostra esperienza nell’apprezzare la Sua maestosità. Anche qui si mette a fuoco la qualità trascendente di D-o, ma si punta più sull’aspetto sull’irrilevanza nostra e dell’intero creato dinanzi alla Sua grandezza. Questo ci riempie di un sentimento di riverenza e rispettoso timore.

La porpora è un amalgamare del turchese e il rosso, dell’amore e il timore. E’ un’allusione quindi alla misericordia, un sentimento composto da sentimenti di amore e rabbia: amore dell’ideale e rabbia nel non vederlo messo in atto. In questo contesto specifico, la misericordia è risentita nei confronti della nostra stessa anima Divina, che si trova spiritualmente molto distante dalla propria fonte eccelsa.

Il lino è bianco ed allude all’amore essenziale dell’anima nei confronti di D-o, un amore che trascende la razionalità e che è la base di tutto il resto. Nello stesso modo che il bianco è il sottofondo sul quale si possono distinguere tutti gli altri colori, questo amore è fondamentale per tutte le altre esperienze spirituali dell’anima. La forza di questo amore si esprime però anche nel dare la possibilità alla persona di sacrificare il proprio io per l’onore di D-o, in quanto esprime un legame incontrovertibile con Lui.

Tratto dal Chumash edizione Kehot

Siamo Arrivati Alla Frutta

2 febbraio, 2012

In occasione di Tu Bishevàt, il Capodanno degli Alberi

frutta
foto: Wikipedia

…Il Sign-re tuo D-o di porta ad una terra fertile… Una terra di grano, orzo, uva, fichi e melograni; una terra di olive da olio e miele [da datteri]. (Deuteronomio 8:8)

I nostri maestri raccontano che in origine, prima del peccato commesso da Adamo ed Eva, tutti gli alberi producevano un frutto e che lo stesso avverrà durante l’era Messianica.

La Torà allude al legame tra l’uomo e l’albero (Deuteronomio 20:19) e il produrre un frutto rappresenta il successo maggiore dell’albero. Tra tutte le specie di frutta, ce ne sono sette che formano la corona del raccolto botanico e quindi anche umano.

Il 15° giorno del mese ebraico di Shevàt è stato designato dal calendario ebraico come “capodanno degli alberi”. Questo è il giorno in cui si usa festeggiare gli alberi del mondo creato da D-o, e l’albero all’interno di noi stessi, assaggiando queste sette specie che corrispondono a componenti e modalità varie dell’esperienza umana.

I maestri della Kabbalà ci insegnano che ognuno di noi ha non una ma due anime. Un’anima “animale” che rappresenta il nostro istinto naturale con al centro il nostro ego e una seconda anima Divina che rappresenta il nostro desiderio di trascendenza, la volontà di liberarsi dall’io e rapportarsi a ciò che è più grande ed elevato di noi stessi.

Come indicato dal nome, l’anima animale è quella parte di noi che è comune a tutti gli esseri viventi: l’istinto di sopravvivere e di perpetuarsi. L’uomo però è un animale più sofisticato. Vi sono delle qualità che sono uniche del genere umano, le qualità che derivano dall’anima Divina. Il punto in cui andiamo oltre l’io e le sue esigenze (come potrò sopravvivere? Come potrò ottenere del nutrimento, un riparo, denaro, potere, conoscenza, soddisfazione?) per arrivare ad una prospettiva aldilà di quella egoistica (Perché sono qui? A che cosa dovrei essere utile?). Questo è il punto in cui la persona cessa di essere uno degli animali nel mondo di D-o ed inizia a riconoscere la propria unicità in quanto essere umano.

Con questo non si intende dire che il lato animale dell’uomo debba essere respinto in favore del lato Divino. Queste sono due anime, entrambe delle quali sono indispensabili per vivere una vita colma di significato. Nello stesso momento in cui la persona stimola il proprio lato Divino per trascendere ciò che appartiene meramente al mondo animale, continua a sviluppare e a rendere più raffinato il lato animale, imparando a coltivare gli aspetti costruttivi dell’ego (per esempio l’autostima positiva, il coraggio, l’ambizione, la perseveranza…) e al tempo stesso cercando di scartare gli aspetti profani e presuntuosi dell’ego.

La Base
Nella Torà  il grano è considerato il pilastro della dieta umana, mentre l’orzo è menzionato come il nutrimento tipico dell’animale (vedasi Salmi 104:15 per esempio). Quindi il grano metaforicamente rappresenterebbe lo sforzo della persona diretto a nutrire gli aspetti di sé che sono specifici all’essere umano quindi le nostre ambizioni spirituali che sono l’essenza della nostra umanità. L’orzo rappresenta invece il nutrire e quindi far sviluppare l’anima animale cosa che non è meno cruciale importante dello sviluppo della parte Divina in noi.

Il grano e l’orzo, le specie di frumento presenti nella lista delle Sette Specie, rappresentano la base del nostro DNA spirituale. Di seguito a queste vi sono cinque frutti che rappresentano i contorni e i dessert del nostro menù spirituale aggiungendo il gusto e il sapore al nostro fine base, quello di crescere attraverso lo sviluppo di entrambe le nostre anime.

La Gioia
Il primo dei frutti è l’uva che è caratterizzato dalla gioia. “Il vino rende felici D-o e uomini” (Giudici 9:13).

Gioia è sinonimo di apertura e rivelazione. Una persona accesa dalla gioia ha in sé le stesse caratteristiche base di una persona in uno stato normale: potrebbe avere la stesa conoscenza e intelligenza, amori, odii, voleri e desideri. In uno stato di gioia il tutto è più pronunciato e acuto. La mente è più affilata, gli amori più profondi, i desideri più aggressivi. Dei sentimenti che di norma sono dimostrati solo fino ad un certo punto, nel momento di gioia vengono rivelati nella loro forma completa. Come dice il Talmud “quando entra il vino escono i segreti”.

Una vita senza gioia potrebbe essere completa in tutti i sensi ma rimane superficiale e priva di reale profondità. C’è tutto ma non lo si vede. Sia l’anima Divina che quella animale contengono delle vasti riserve di sentimento e profondità che possono rimanere per sempre celate se non stimolate a venire all’aperto.

L’uva rappresenta questo elemento della nostra vita: la gioia che fa scatenare la potenzialità e aggiunge profondità ed intensità a tutto ciò che facciamo.

Il Coinvolgimento

L’essere gioioisi non garantisce comunque il massimo coinvolgimento. L’essere coinvolti vuol dire non solo fare la cosa in maniera corretta ma sentirla ed investire sé stessi in essa. Vuol dire che per il meno o per il male la cosa avrà un effetto sulla persona.

Il fico, quarto sulla lista, secondo molte fonti è anche l’albero della conoscenza del bene e del male che è inizialmente era vietato ad Adamo ed Eva e il frutto con il quale hanno commesso il primo peccato della storia. Nelle fonti Chassidiche si spiega che la conoscenza (da’at) significa un coinvolgimento intimo con il conosciuto (come nel verso “e Adamo conobbe la sua moglie”). Il peccato di Adamo deriva dal rifiuto di fare pace con l’idea che bisogna mantenere le distanze da alcune cose: voleva conoscere intimamente tutti gli aspetti della creazione ed essere coinvolto con tutte le creature di D-o. Incluso il male.

Il fico di Adamo era una delle forze più distruttive della storia. Ma il lato positivo è ancora più potente ed è rappresentato dal nostro coinvolgimento profondo negli aspetti positivi della nostra vita. L’essere uno con il bene che mettiamo in atto.

L’Atto
“Le tue labbra sono come un filo di lana porpora” scrive il re Salomone nel celebrare l’amore tra lo Sposo Divino e la Sua sposa Israel, la tua tempia è come un pezzo di melagrana nei tuoi boccoli” (Cantico dei Cantici 4:3). Secondo l’interpretazione talmudica, che gioca anche sul doppio significato delle parole originali, la metafora della melagrana esprime il concetto che “anche i vuoti del tuo popolo sono pieni di buone azioni come la melagrana è ripiena di semi”.

La melagrana cerca di risolvere il paradosso di una persona che potrebbe essere “vuota” ma al tempo stesso piena di buone azioni.

Il frutto è pieno di semi ma ognuno di essi è avvolto in una propria pellicola e polpa, distinta da tutti gli altri semi. In maniera simile la persona potrebbe avere molti lati positivi e molte azioni positivi ma tutti questi atti sono isolati nella propria “pellicola” senza effettuare una differenza complessiva in positivo sulla persona. La persona ha delle buone azioni, ma queste non lo definiscono.

La melagrana è quindi l’antitesi del fico. E’ una forma d’ipocrisia spirituale.

La Lotta
Per noi esseri umani la vita è sinonimo di difficoltà. Lottiamo per trovare la nostra identità, per trovare un partner, per preservare i nostri rapporti, per crescere i nostri figli, per mantenere un rapporto con questi da adulti, per mantenerci, ecc. ecc., e al di sotto di questa superficie vi è la lotta perpetua tra il nostro aspetto animale e quello Divino, tra l’io rivolto a sé stesso e il desiderio di trascendere sé stessi e toccare il Divino.

L’olivo in noi è la parte che apprezza la lotta. Le olive danno l’olio solo quando sono schiacciate e pressate e anche l’uomo da il meglio di sé quando è pressato tra le pietre della vita.

Perfezione
Come il fico è contrapposto dalla melagrana, l’olivo è contrapposto dal dattero, il settimo dei frutti, che rappresenta la pace, la tranquillità e la perfezione. Mentre è vero che nell’essere pressati viene fuori il meglio di noi è ugualmente vero che alcune delle nostre capacità vengono a galla solamente quando siamo in  pace con noi stessi ossia quando abbiamo raggiunto un equilibrio e l’armonia tra le varie componenti delle nostre anime.

E’ per questo che il salmo paragona il giusto (lo Zaddìk) alla palma da dattero (92:13). Tuttavia il concetto esiste in ogni persona. Anche nei momenti di lotta più forte, si possono trovare dei momenti di tranquillità al cuore dell’anima così come nei momenti di tranquillità si può sempre trovare la sfida che ci provocherà a crescere maggiormente.


Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, adattato da Yanki Tauber per Meaninfullife.com, in italiano da Shalom Hazan

Vedere, Udire, Riconoscere

6 gennaio, 2012
Prima, una barzelletta. Il cantore di un tempio vi entra e vede il rabbino che si inchina davanti all’Arca Santa in un’estasi spirituale e proclama “Oh D-o, io non sono nulla, sono un niente assoluto davanti a Te!”
Il cantore non viene a meno ed esclama anch’esso il suo essere nullo dinanzi al Sign-re.
A quel punto entra lo shammash e preso dal contesto si esprime in maniera simile.
“Mah” dice il rabbino al cantore, “guarda un po’ chi pensa di essere un niente”…

La vita del terzo e ultimo patriarca giunge alla sua fine nella nostra Parashà, in corrispondenza alla conclusione del primo libro dello Torà. Prima di morire Yaacov benedice ognuno dei figli con un messaggio particolare.

Secondo gli insegnamenti dei maestri, in particolare nell’ambito mistico, i messaggi trasmessi da Yaacov quel giorno sono rivolti, in realtà, a tutti i suoi discendenti in perpetuo. Ogni anima contiene tutte e dodici le caratterestiche specifiche di ognuna delle tribù, caratteristiche attraverso le quali la persona si rapporta con il Sign-re.

Questi messaggi sono allusi anche nei nomi dei dodici figli di Yaacov. Di seguito solamente pochi esempi.

La parola Reuven, il nome del primo figlio di Yaacov, è legato alla vista (ראובן – ראיה) mentre Shimòn è legato all’udito (שמעון – שמיעה).

Reuven come concetto si riferisce alla capacità dell’anima di vivere un legame con il Sign-re non solo al livello intellettuale ma anche “visivo”. Cosa vuol dire? Semplicemente che l’anima riconosce la realtà Divina come se fosse un fatto o un evento testimoniato da una persona con i propri occhi. La vista ha un effetto talmente forte su colui che vede che non potrà essere convinto da prove o idee contrarie a ciò che ha visto. Non rimangono dubbi.

L’anima alimenta la propria “visione” del Divino attraverso la meditazione profonda che suscita in essa un profondo amore verso D-o (il concetto si esprime anche nel mondo materiale in quanto l’amore e l’attrazione è reso possibile dalla vista).

Il concetto di Reuven è legato alla prima parte dello Shemà (Veahavtà) in cui si parla dell’amore che si prova nei confronti di D-o.

Il concetto di Shimòn, invece, si riferisce al legame intellettuale, simile a ciò che potrebbe essere udito da lontano. La persona che sente raccontare un evento da una fonte attendibile ci potrebbe credere, ma non è comunque paragonabile a colui che lo ha visto.

Un’esperienza di questo tipo produce rispetto e timore, non vicinanza ed amore. Udire, comprendere, la grandezza del Sign-re fa sì che la persona si senta piccola, quasi con un istinto di “fare un passo indietro”.

Questo percorso dell’anima è legato al secondo passaggio dello Shemà, intitolato “Vehayà…Shamo’a” Ossia “Quando darai ascolto ai comandamenti…” ed è legato alla “yirà” il timore, contrapposto all’amore del primo paragrafo.

Da qui arriviamo a Levì, terzo dei figli, il quale nome connota il legame e l’attaccamento e si riferisce, in questo contesto, all’attaccamento al Sign-re attraverso lo studio della Torà che è la saggezza Divina. (Perché proprio attraverso lo studio si considera l’attaccamento maggiore al Creatore? C’è un motivo specifico ma preferisco non allungare troppo nella newsletter; scrivimi se ti interessa e te lo mando).

Questa terza fase è legata al brano che segue lo Shemà, Emet Veiazìv, che parla della autenticità della Torà.

I primi tre figli rappresentano con queste idee le tre colonne su cui il mondo si mantiene (Avot 1:2): Torà, Tefillà e Azioni di Beneficenza.

Reuven rappresenta la colonna della Beneficenza. Poiché un autentico amore del Creatore produce un amore per le sue creature e un desiderio di effettuare del bene.

Shimon rappresenta la preghiera, ossia lo sforzo di chi è lontano di elevarsi ed avvicinarsi al Divino.

Levi rappresenta la colonna della Torà.

Una volta l’anima ha potuto avere queste tre esperienze (che ormai abbiamo capito non si escludono l’un l’altra) è pronta ad affrontare il concetto di Yehudà – il nome del quarto fratello. Yehudà dalla parola hoda’à, riconoscimento, ammettere. Nell’ammettere la persona si sottomette totalmente, in una trasparenza silenziosa. Questa è l’espressione della Amidà, in cui la persona silenziosamente si rivolge ad Hashem come un serve dinanzi al re, annullando completamente il proprio io.

Una delle lezioni da trarre da ciò è che non è semplice annullarsi. E’ solo dopo aver studiato profondamente, amato e sentito il timore di Hashem che la persona può realmente annullare il proprio ego.

Basato su un discorso (molto più lungo e dettagliato di quanto è stato possibile includere qui) del Rebbe Shneur Zalman, fondatore di Chabad. Pubblicato in Torah Ohr.

Adattato da Shalom Hazan e Yossi Marcus

Profeti, Test e Prove

26 agosto, 2011

Vi sono profeti falsi intorno. Ci sono sempre stati! Già in antichità la Torà ci avvertiva di non seguire coloro che possono sembrare di essere profeti. Potrebbero anche fare miracoli come i profeti vari, ma non lo sono.

Perché mai consentirebbe il Sign-re che un profeta falso faccia vedere meraviglie e miracoli? La risposta, ci dice la nostra Parashà, è che questa è una delle maniere in cui D-o ci mette alla prova. Se amiamo veramente il Sign-re con tutto il nostro cuore e anima, non verremo condizionati anche dagli “effetti speciali” ma falsi. C’è anche il test per chiarire la situazione: Il profeta ci invita a seguire le leggi del Sign-re o di ignorarle? E se il presunto profeta stesso non segue le istruzioni della Torà è chiaro che si tratta di un impostore.

Come dicevamo questa del falso profeta è solo un tipo di prova di cui ce ne sono molte. La povertà, per esempio, è una grande prova per la fede e la tragedie ancora peggio. Ogni individuo deve affrontare le proprie prove e i propri ostacoli che è come se fossero fatti su misura per lui. Ciò che è difficile per uno rimane molto facile per un altro. L’imprtante è ricordare che la difficoltà del momento è, in realtà, una prova. Questo ci aiuta a superarla.

Non sempre, però ci ricordiamo di questo e che forse la situazione che abbiamo davanti è una delle prove più importanti delle nostra esistenza. A volte non apprezziamo il fatto che l’anima è venuta in questo momento proprio per esprimere la forza che si rivela solamente nel superare questi ostacoli.

Per questo razionalizziamo.

Se c’è un D-o, dov’era durante Auschwitz?

Se D-o non voleva che prendessi i soldi, perché quello ha lasciato la cassa aperta?

Se questo rapporto è sbagliato, perché mi sembra così giusto?

Se il Sign-re vuole veramente che non lavoro di sabato, perché è il giorno che si lavora di più?

Ma se accettassimo che sono tutte prove, forse diventerebbe più facile affrontarle.

La domanda rimane: Perché D-o ci mette alla prova? E’ veramente come è detto nella Parashà “per sapere se amiamo il Sign-re con tutto il nostro cuore e anima”? Ma D-o non lo sa già? Come è possibile per noi chiarire le idee al Sign-re? C’è qualcosa che non sa?

La risposta, secondo rabbì Shneur Zalman di Liadì nella classica collezione dei suoi discorsi, Likuté Torà, è che non è per fare sapere a D-o bensì farlo sapere a noi stessi. Certo che il Sign-re sa tutto. Tuttavia Esso ci pone dinanzi alle prove ed agli ostacoli per aiutarci a portare in evidenza il forte amore verso di Esso che però spesso è latente e nascosto al nostro interno.

Quando superiamo gli ostacoli ci accorgiamo noi di avere una forza interna formidabile e che siamo fortemente credenti. Diventiamo più sicuri e fiduciosi di noi stessi nonché arricchiti di una percezione ed una consapevolezza più profondi del Divino.

Sia chiaro: non le cerchiamo, le prove. La mattina nella preghiera chiediamo D-o di non metterci alla prova. Se però arriva il momento, ricordiamoci di cosa si tratta in realtà. Il test sarà poi superato con il massimo dei voti.

di rav Yossi Goldman
adattato e tradotto da rav Shalom Hazan

Pane, Soldi e Senso

18 agosto, 2011

 “Non di solo pane vive l’uomo”. E’ sicuramente una famosa frase ma qual è il suo significato?

Il versetto deriva dalla Parashà di questa settimana e si riferisce alla miracolosa manna, che cadeva dal cielo durante il soggiorno degli ebrei nel deserto. La conclusione del versetto dice “l’uomo vive, invece, dalla parola emanata dalla bocca del Divino”. Ci ricorda quindi la vera fonte del sostentamento dell’umanità.

A differenza dell’idea comune, non è la nostra fatica terrena, né il sudore o gli incontri di lavoro che assicurano il nostro successo. La realtà è che è il Sign-re che ci sostiene nella stessa maniera che i nostri erano completamente dipendenti da Esso per il pano uotidiano, durante il periodo trascorso nel deserto. Il benessere è un dono Divino. In fin dei conti non è la nostra capacità lavorativa di per sé che fa sì che sia fornito il pane quotidiano bensì le benedizioni dall’Alto che danno successo alle nostre fatiche.

Qualunque commercianto potrà confermare che i progetti più preparati e pensati sono finiti in fumo mentre un ordine importante spesso arriva come dal nulla. Certo, non è la regola e bisogna prepararsi a faticare per potere riscuotere successo. Quando però accade in maniera inaspettata, è un ricordo che vi sono delle forze che operano aldilà del nostro controllo.

Vi è però un altro significato in questo versetto. Non di solo pane vive l’uomo. Lo spirito umano richiede più del solo pane. Gli essere umani non sono mai soddisfatti con i soli beni materiali o il denaro.

Il denaro è importante ma non si può vivere solamente di esso. Consideriamo per esempio la soddisfazione dal lavoro stesso. Conosco diverse persone nella nostra comunità che hanno rinunciato a posti di lavoro importanti per prenderne altri meno lucrativi perché trovavano poco stimolante il loro lavoro. Certo guadagnavano bene, non vedevano la “ricompensa emotiva”.

Conosco altre persone che hanno tutto al livello economico ma non sono contente. Hanno molto successo e sono molto infelici. I successi non garantiscono la felicità. L’acquisto di beni porta una contentezza momentanea. Per una soddisfazione duratura “l’acquisto” deve essere più spirituale che materiale. Abbiamo bisogno più di pane e denaro; abbiamo bisogno di stimolazione e un senso di realizzazione significativa. Abbiamo bisogno di sapere che la nostra vita ha significato e che possiamo fare una differenza nel mondo e nella vita degli altri.

Si racconta di un prigioniero in un campo di lavoro forzato sovietico il quale aveva il compito di girare una leva pesante che era attaccata al muro della cella. Per venticinque anni il prigioniero ha faticato a lavorare. Era sicuro che la leva fosse legata a un mulino, o ad una pompa per irrigare i campi. Nella sua mente vedeva i raccolti agricoli o le sacche di grano che alimentavano migliaia di persone.

Scontata la pena chiede prima di tutto di poter vedere l’apparato attaccato all’altra parte della leva. Non c’era nulla! La leva girava a vuoto. Tutto il suo “lavoro” serviva a nulla. L’uomo subì subito un colasso mortale, completamente devastato. Una vita vissuta e faticata in vano.

Abbiamo un profondo bisogno di sapere che la fatica della nostra vita ha significato, materiale e spirituale. Quando ci rendiamo conto che ogni buona azione è legata ad un apparato spirituale complesso, che ogni nostra aziona si lega ad un sistema di importanza cosmica, allora la nostra vita si dota di un senso profondo.

Allora siamo contenti.

L’uomo semplicemente non può vivere di solo pane.

di Rav Yossi Goldman, pubblicato su Chabad.org
Tradotto e adattato da rav Shalom Hazan

Ebraismo e Facebook vanno d’accordo?

15 luglio, 2011

Cosa potrebbre avere l’ebraismo contro Facebook? O Google Plus e altre social network? Come quasi tutto ciò che esiste, anche questi sono elementi neutri. Si possono usufruire per cambiare il mondo in bene o diventare uno strumento di distruzione (ricordate la pagina facebook che chiamava alla terza intifada?).

Non vi è, dunque, qualcosa nell’ebraismo che sia contro i social network, ammesso che non vengano utilizzati per fini poco rispettosi.

Approfondiamo un po’ l’aspetto psicologico dietro la creazione di questi luoghi virtuali per capire meglio la posizione ebraica in riguardo.

Le social network hanno il fine di aiutarci ad avere più contatti e legami sociali (e il facilitare questi legami). Cosa che fanno benissimo. Se una volta dovevamo chiamare o trovarci di persona per poter sapere come stanno gli amici, oggi facendo scorrere la schermata si può sapere chi va in vacanza, chi ha l’influenza, chi è nato e chi cerca lavoro. Sarebbe stato meglio comunque una telefonata o una visita personale? Certamente. Ma siamo troppo occupati per tenere conto dei dettagli di tutti i rapporti d’amicizia e la social network ci aiuta ad avere queste informazioni.

Dopo essersi collegati a Facebook (per esempio) si scopre una realtà molto triste. Scopriamo di avere bisogno della conferma degli altri. Iniziamo a misurarci secondo i ‘mi piace’ che riceviamo. Ne ho ricevuti venti? Sono proprio popolare… Nessun ‘mi piace’? Non ho proprio amici…

Questa dinamica ci porta a diventare molto superficiali nei rapporti, cercando sempre ciò che è popolare e gratificante nel momento, pur sapendo che dopo pochi secondi si perderà nelle miriadi di informazioni virtuali che lo seguono. Ma è come se fossimo dipendenti da ciò.

L’ebraismo ha un punto di vista molto diverso. Il primo ebreo, Avraham, si chiamava Ivrì anche perché si trovava dall’altra parte (dalla parola ‘ever, lato), schierato contro la mentalità del resto del mondo.

La mishnà dice: [Se una persona dice] ho faticato ma non sono riuscito, non credergli. Non ho faticato e sono riuscito, non credergli. Ho faticato e sono riuscito – credigli.

Se volessimo arrivare alla meta – quel che sia – non sarebbe possibile senza lo sforzo e la fatica. Forse chi ci è riuscito senza faticare ha goduto per un momento. Ma non credergli, non ci è realmente riuscito.

Cosa ne dite? Siete d’accordo che le social network ci fanno diventare più superficiali? Che converrebbe staccarsi un po’ dall’attività sociale virtuale e tornare a connettersi realmente con le persone? Se sì, clicca ‘mi piace’ 😉

da un articolo di Mendy Kaminker per he.chabad.org.
tradotto e adattato da Shalom Hazan

Le Tende Modeste

8 luglio, 2011

Le Tende Modeste

Nella Parashà della settimana si legge di Bil’am, profeta pagano che viene “assunto” per maledire il popolo ebraico ma che a suo malgrado non riesce che a benedirli.

In uno dei versi più belli e più citati, sul popolo ebraico Bilam si è espresso dicendo “Quanto son belle le tue tende, o Giacobbe! le tue dimore, o Israele!”
te

Oltre il senso semplice e poetico delle parole i Maestri trovano un significato anche riferito alle vere e proprie tende, le dimore degli ebrei in quel momento nel deserto.

Cosa vi era di bello nelle loro tende? Non tanto le tende stesse quanto il loro posizionamento. Le aperture delle tende erano poste in maniera tale da non lasciare intravedere l’apertura della tenda vicina, nel rispetto della privacy e la modestia propria e del prossimo.

La bellezza delle dimore quindi dipende anche dall’etica e la morale di chi ci abita. Un maestoso palazzo abitato da una persona presuntuosa e poco rispettosa (come lo era Bilam) emana energie che non possono essere considerate “belle” mentre una semplice baracca in cui si vive l’amore e il rispetto reciproco vale più di ogni bene materiale.

Il tutto parte dalla modestia sia estetica che interna, quindi l’umiltà, che è l’attributo caratteriale che porta a tutte le altre caratteristiche positive.

Questo periodo in particolare, quello estivo, porta sempre con sé delle difficoltà sul piano della modestia cosa che indica, di conseguenza, che vi sono anche delle forti energie per contrastare quelle difficoltà e superarle.

di Rav Shalom Hazan

In Vino Veritas

3 giugno, 2011

Una delle mitzvòt esposte nella Parashà di questa settimana è quella del nazireo, al quale viene proibito (per periodo di tempo pre-determinato) il consumo del vino e di tutti i derivati dell’uva.

Questa mitzvà ci spinge a riflettere sul posto del vino nell’ebraismo e nella vita quotidiana dell’ebreo.

Da una parte troviamo che molte mitzvòt vengono formalizzate con il vino. Si pensi inanzitutto al Kiddùsh, la santificazione del giorno espressa nella Torà come “ricorda il giorno dello Shabbàt per santificarlo”, che viene inteso dai Maestri non solo in quanto ricordo puramente mentale bensì anche concreto, con il Kiddùsh sul vino.

Lo stesso ricordo si ripete all’uscita dello Shabbàt con la Havdalà, la distinzione tra il sacro ed il profano, di nuovo su un calice di vino.

Questo vale anche per le festività, i mo’adìm, e specialmente per Pesach quando si bevono i famosi quattro bicchieri, preparandone uno pure per il profeta Elia…

Anche sotto la chuppà gli sposi bevono un sorso di vino, e così anche in altre occasioni.

Il calice di vino serve per rendere formale ed onorevole la situazione nella quale vogliamo lodare il Sig-re con dignità, come espresso anche dal re Davide: “Innalzo un calice di salvezze ed invoco il nome di D-o” (Salmi 116, 13).

Il vino è visto nell’ebraismo anche come elemento che porta la gioia. La Torà ci istruisce di gioire durante le festività e il Talmùd chiede “in che modo?” “Con il vino” è la risposta (Pesachìm 109a).

Dall’altro lato vi sono anche dei momenti nei quali viene proibito il consumo di alcolici: non si può pregare mentre si è sotto l’effetto di alcolici; un rav non può prendere una decisione halachica se non in uno stato di sobrietà e così via.

L’ebraismo non è accecato dagli effetti meno luminosi del vino, come nella storia di Noé e quella delle figlie di Lòt – il Talmùd dice addirittura che il vino è la fonte di tanti problemi (“porta il pianto al mondo”, Yomà 76b).

Questo ci porta al dunque: bere il vino è bene o male?

La risposta dovrebbe essere chiara: dipende dalla situazione. Se è venerdì sera e tutta la famiglia si ritrova intorno al tavolo in calma e serenità, diventa una mitzvà che ci aiuta ad elevarci al di là della mondanità.

Ma in un ambiente meno contenuto e privo di significato profondo – si può dire religioso? – può diventare troppo spesso un passo verso la degradazione della persona.

Dipende da noi il poter capire e decidere come usare il vino, così come tante altre cose esistenti al mondo; siamo noi a doverne farne un uso giusto, al momento giusto e al posto giusto, sempre per eseguire nel migliore dei modi la volontà di D-o.

Lechaim!

di rav Shalom Hazan
Chabad Lubavitch di Monteverde

Il Teschio Galleggiante

6 Mag, 2011

Il ciclo della storia

Nel capitolo secondo delle Massime dei Padri, che studieremo questo Shabbàt, troviamo questo strano insegnamento/annedoto:

Egli pure (Hillel), avendo veduto un teschio che galleggiava sulla superficie dell’acqua, gli disse: « Ti hanno sommerso perchè tu sommergesti (altri); ma la fine di coloro che ti sommersero è di esser sommersi »

Nonostante la Mishnà fosse scritta in ebraico, queste parole di Hillel sono citate in aramaico. Hillel veniva dalla Babiliona prima di arrivare a Gerusalemme per studiare ai piedi dei capi del Sinedrio Shma’yà e Avtalyòn.

Lo stesso uomo, Hillel, è molto famoso per altri detti come “Se non sono io per me, chi ‘sarà per me?” e “ciò che è odioso a te non praticarlo con gli altri” e moltri altre insegnamenti. Era particolarmente noto per la sua vasta conoscenza e per la sua infinita pazienza. Simile a Moshe, era riconosciuto per la sua umiltà e come Moshe visse 120 anni. Secondo alcune tradizioni kabalistiche, Hillel e Moshe avevano la stessa anima.Un’altra persona di nome Moshe, il Maimonide, scrisse questo nel commentare la fonte citata: Le nostre azioni portano delle conseguenze che a loro volta riflettono le azioni. Chi uccide una persona clandestinamente facendola affogare troverà la propria fine in una maniera simile. Chi si inventa un’ingiustizia per proprio beneficio a scapito di un altro, quella stessa ingiustizia alla fine sarà messa in atto contro la persona. Dall’altro canto, chi introduce un concetto che porterà beneficio agli altri, ne potrà trarre i vantaggi. In ebraico si dice ‘midà kenneghed midà’: misura per misura.

In questa maniera i commentatori spiegano il strano detto di Hillel, semplicemente una forma poetica per trasmettere il concetto base di “misura per misura” e dell’impossibilità di scappare dalle conseguenze delle proprie azioni.

Negli insegnamenti della Kabalà si approfondisce il discorso con delle spiegazioni riguardo la reincarnazione dell’anima, e l’identificazione del teschio trovato da Hillel. La prossima settimana approfondiremo!

Di Rav Shalom Hazan