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Il Conteggio dell’Omer

29 aprile, 2011

Quando è Shavu’òt?

Il Conteggio dell’Omer si riferisce al periodo che porta dalla festività di Pesach a quella di Shavu’ot. A differenza di tutte le festività volute dalla Torà, per quella di Shavu’òt non viene indicata una data precisa.

Dall’indomani del giorno di riposo (con questo si intende il 1° giorno della festa di Pesach), dal giorno in cui offrirete l’omer (una misura, in questo caso d’orzo), conterete sette settimane integre… conterete cinquanta giorni” (Levitico 23:15-16).

Sette settimane conterai per te… e farai la festa di Shavu’òt per il Sign-re tuo D-o…” (Deuteronomio 16:9)

La data della festa di Shavu’òt corrisponde quindi al cinquantesimo giorno del Conteggio dell’Omer e poteva cambiare a secondo della lunghezza dei mesi di Nissàn e Iyàr poiché quando si stabilivano i mesi secondo la visione della nuova luna non si sapeva sino a fine mese se questo fosse stato di 29 o 30 giorni. (Oggi Shavu’òt viene sempre il 6 di Sivàn).

Il Significato

Vi sono vari elementi nel significato di questa mitzvà. Uno è quello agricolo, il festeggiare ed il ringraziare il Sign-re per la regolare produzione degli elementi base dell’alimentazione (elemento presente in tutte e tre le feste della Torà), simboleggiato nella misura (Omer) d’orzo offerta il 2° giorno di Pesach, per concludere il ciclo con la misura (Omer) di grano offerta durante la festa di Shavuòt, che viene anche nominato nella Torà “festa della primizie”. (Si noti che all’epoca l’orzo era considerato un cibo per le bestie mentre il grano era il cibo degli uomini, cosa che viene simboleggiata nel ‘percorso personale’ dell’Omer, vedi quanto segue).

Un secondo elemento sarebbe quello della preparazione alla ricezione della Torà da parte del popolo ebraico, cosa che avviene proprio cinquanta giorni dopo l’uscita dal Egitto. Durante la rivelazione Divina a Moshè presso il roveto ardente il Sign-re promise che “quando trarrai questo popolo fuori dal Egitto servirete il Sign-re su questo monte”. (Esodo 3:12).

In diverse fonti si ricorda che, come si fa per un evento molto atteso, gli ebrei contarono i giorni dal momento dell’Esodo sino a quello del Dono della Torà. Il conteggio dell’Omer assume quindi il ruolo di un percorso che porta dal pagamenismo egizio all’accettazione del giogo dell’Unico Creatore che dona la Torà. Il percorso, accompagnato dagli insegnamenti kabalistici e khasidici (mistici), assume un’importanza personale e specifica alle emozioni dell’essere umano, suddivise in sette categorie generali i quali vengono a loro volta suddivisi in sette, per dare un signifcato ed un insegnamento specifico ad ognuno dei quarantanove giorni del conteggio (il cinquantesimo giorno è la festa di Shavu’òt). Il concetto generale è quello di trasformare gli istinti base “animaleschi” in emozioni “umane” che possono essere simili a quelle Divine.

Clicca qui per un esempio di un insegnamento per ogni giorno del Conteggio dell’Omer. (In lingua inglese)

Normalmente le mitzvòt legate al calcolare dei tempi specifici (come la santificazione dei mesi, gli anni sabatici e i giubilei) sono affidati alla corte supremo ebraica che fanno le veci del popolo. Nel caso del calcolo dei giorni dell’Omer la mitzvà è affidata direttamente ad ogni individuo ebreo.

Alcune regole del Conteggio dell’Omer:

– Si conta l’Omer dopo il calare della notte. Ad esempio quest’anno il primo giorno dell’Omer è stato mercoledì 16 nissàn (20 aprile), martedì sera al calare della notte del 16 nissàn si è contato il primo giorno. Il momento più opportuno per il conteggio è alla fine della preghiera serale di ‘Arvìt.

– Prima di dire la benedizione bisogna informarsi del numero da contare (e non cercarlo dopo l’aver recitato la berachà).

– Dal momento del calare della notte non si menziona il nuovo numero dell’Omer perché questo sarebbe considerato come averlo già contato. Quella sera la persona non potrà più recitare la berachà apposita (visto che è come se avesse già contato l’Omer e la berachà deve precedere la mitzvà).

– Se durante la giornata la persona si ricorda di non aver contato l’Omer, conta durante il giorno (senza dire la Berachà) e poi riprende regolarmente a contare da quella sera in poi.

– Se invece si è dimenticato di contare durante l’intera giornata si potrà continuare a contare i giorni la sera regolarmente ma senza più recitare la berachà (fino al prossimo anno).

Il Conteggio dell’Omer Online

Il ricodo del conteggio ti arriva ogni giorno nella casella e-mail

Il Lutto

Per motivi storici una parte del periodo del Conteggio dell’Omer è segnato dall’osservanza di un lieve lutto (p. e. non si festeggiano matrimoni). Seguirà un articolo in riguardo.

© 2011 rav Shalom Hazan
è proibito riprodurre senza permesso dell’autore


Alimentazione Metafisica

18 febbraio, 2011

Alimentazione Metafisica
Un assaggio del ragionamento di Yeshivà

La Torà ci racconta che Mosè salì sul monte Sinai e rimase lì per quaranta giorni e quaranta notti e non bevve né mangiò nulla durante quel periodo. Com’è possibile una cosa del genere?

Secondo la legge ebraica, la Halachà, è impossibile sopravvivere per più di sette giorni senza né mangiare né bere. Se una persona giura di non mangiare per sette giorni, questo giuramento è considerato falso!

Vi sono tre spiegazioni sul fenomeno della sopravvivenza di Mosè sul monte:

1) Pur trovandosi in un ambiente celeste il corpo di Mosè rimase umano, esigendo cibo, liquido e sonno. Fu il Sign-re che fece sì che Mosè rimanesse vivo “in maniera miracolosa” anche essendo privata dall’alimentazione fisica.

2) L’accaduto non era un miracolo ma piuttosto un fenomeno naturale di estrema rarità. Mosè era talmente contento da una parte ed impegnato mentalmente dall’altra nel ricevere la Torà che questa grande felicità e l’impegno forte fecero sì che nonostante il corpo fosse stanco e richiedesse le esigenze ad esso necessarie, Mosè non lo sentì.

3) Quando Mosè salì sul Sinai la natura del suo corpo cambiò e diventò come quello degli angeli. Così come gli angeli non necessitano di cibo e liquidi anche Mosè “in quei giorni” non aveva esigenze terrene. Secondo questa interpretazione Mosè non era stanco, affamato ed assetato perché si trovava in una realtà diversa.

Esiste una regola talmudica secondo la quale anche opinioni diverse od opposte potrebbero essere tutte valide. Si potrebbe spiegare che tutte le interpretazioni citate trovano riscontro nelle tre volte che Mosè salì sul monte.

La prima volta salì per ricevere le prime Tavole della Legge che erano “miracolose” poiché furono create ed incise dal Sign-re stesso. Anche il corpo di Mosè fu miracolosamente alimentato.

La seconda volta, quando Mosè salì per fare perdonare il peccato del vitello d’oro, fu talmente preso con le preghiere e le richieste che non sentì le “richieste” del proprio corpo.

La terza volta salì per ricevere le seconde Tavole. A questo punto aveva raggiunto un livello talmente elevato che il suo corpo era come quello di un angelo e non aveva bisogno di mangiare.

In effetti, solo dopo la terza volta che Mosè scese dal monte la Torà  ci parla dei raggi di luce che emanavano dal suo volto. Era un’indicazione del livello elevato al quale era arrivato proprio quella volta, nella sua ultima salita al Monte Sinai.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זצ”ל
Adattato da rav Shalom Hazan

Esci dalla Tua Scatola!

8 ottobre, 2010

Esci dalla Tua Scatola!

Nella Parashà di questa settimana la Torà ci racconta la famosa storia del diluvio dal quale si sono salvati Noè e la sua famiglia.


Alla conclusione del diluvio D-o si rivolge di nuovo a Noè dicendogli di uscire dall’arca con tutta la sua famiglia e tutti gli animali sopravissuti al diluvio. (Bereshìt 8, 16-17).

Perché serviva un comandamento speciale per uscire dall’arca?

In effetti, per Noè era molto più facile rimanere nell’arca e vivere nella maniera alla quale ormai, dopo un anno, si era abituato.


Non solo la loro salute materiale e l’alimentazione erano garantiti, ma anche dal punto di vista spirituale si stava meglio; non c’erano le distrazioni e gli ostacoli che la gente deve sempre affrontare, consentendo agli abitanti dell’arca di poter servire D-o su un livello più elevato.


È proprio per questo che D-o interviene e dice “esci dall’arca”. Il ritorno al mondo della realtà può sembrare una discesa verso un livello inferiore dove purtroppo bisogna avere a che fare con dei problemi che non contribuiscono al benessere spirituale della persona.


Tuttavia, ogni cosa ha il suo momento. Dopo il diluvio era importante lasciare l’arca ed affrontare i problemi reali del mondo, quindi illuminando anche gli aspetti più oscuri della realtà con la quale si viene in contatto. Questo è possibile, chiaramente, solo uscendo dall’arca.


Questo messaggio ci raggiunge in un momento nel quale potremmo considerarci simili a Noè.


Il mese delle festività appena passato, quello di Tishrì, potrebbe essere considerata “un’arca” per l’ebreo.


Dalla solennità di Rosh Hashanà e Yom Kippùr alla gioia di Succòt e Simchàt Torà egli vive un mese diverso, elevato e distinto da tutti gli altri.


Ora, entrando nel mese di Cheshvàn (che non ha alcuna festività) il compito è diverso ma può essere ancora più importante: non solo di godere della luce che già c’è – come durante le feste – ma di trasformare l’oscurità stessa in luce.


Tratto da un discorso del Rebbe di Lubavitch
1 cheshvàn 5749 – 12 ottobre 1988

Guerra Allo Smartphone?

23 agosto, 2010

Caro rav Shalom,

Che ne pensi del contenuto di questo articolo? [L’articolo segue, ndr] La tua scuola di pensiero appoggia questa visione sefardita contemporanea sugli smartphone oppure si pone a distanza?

Lettera Firmata

Caro ——–,

In generale la filosofia del movimento Chabad Lubavitch, seguendo gli insegnamenti del Rebbe, e’ quella di usufruire di cio’ che il mondo ha da offrire, incluso il mondo della tecnologia, per fini positivi.

Il concetto appartiene ad una filosofia piu’ generale che vede il mondo come un “campo di battaglia” spirituale nel quale esiste il bene (cio’ che e’ richiesto dalla Tora’) ed il male (cio’ che la Tora’ richiede di evitare) mentre tra i due estremi vi e’ cio’ che rimane “neutro” ovvero tutto cio’ che si puo’ utilizzare sia per il bene che per il male.

Il libro base della filosofia hassidica Chabad, il Tanya, approfondisce molto il discorso. (Io tengo una lezione di Tanya ogni lunedi’ sera nel nostro centro).

L’esempio per illustrare il concetto potrebbe essere uno di estrema banalita’. Cosa c’e’ di piu’ banale di una semplice cena? Ebbene anche questa semplice cena potrebbe diventare un “campo di battaglia”. Come si comportera’, la persona, con la forza ed energia tratta da quel cibo? Se il suo sara’ un comportamento negativo avra’ fatto si’ che un semplice cibo “neutro” sara’ identificato con il “male”. D’altronde, se utilizzera’ quella forza per un’opera opera positiva, quel cibo sara’ elevato dalla neutralita’ alla positivita’ (o potremmo dire alla santita’).

Il Rebbe citava spesso il detto dei Maestri della Mishna’ “Tutto cio’ che il Santo, Benedetto Egli Sia, creo’ nel Suo mondo, non lo creo’ per altro che per la Sua gloria”.

E’ interessante notare inoltre che la Parasha’ che si legge questa settimana apre con le istruzioni che riguardano il comportamento dei soldati in guerra. Guerra che secondo i commentatori si riferisce metaforicamente anche a quella che avviene all’interno di noi stessi in tutti i tempi.

Detto questo vorrei precisare che ritengo questo articolo poco piu’ di un classico titolo clamoroso giornalistico ma con poca chiarezza reale. Questo perche’ anche questa scuola di pensiero sefardita non ha in realta’ dichiarato alcuna guerra sugli smartphone… Si tratta semplicemente delle regole che hanno imposto sui studenti delle loro scuole rabbiniche (Yeshivot). In una Yeshiva’ si studia la Torah, il Talmud, la Halacha (legislatura ebraica) e aspetti morali e mistici dell’ebraismo dalle 7 di mattina alle 9 di sera. Lo studio e’ intensivo e richiede molta concentrazione e focus. E’ chiaro che le regole di una istituzione di questo tipo saranno alquanto severe… (Immagino che si possano trovare paralleli anche in seminari e collegi laici o di altre religioni).
 
Esistono anche delle Yeshivot create appositamente per persone senza alcun background di studi d’ebraismo. Se dovessi essere interessato per approfondire la tua conoscenza d’ebraismo, facendo un corso di una o due settimane, fammi sapere…

A presto
Rav Shalom

Israele, i rabbini contro gli smartphone
«Pericolose depravazioni da strada»

GERUSALEMME – I cellulari di ultima generazione? «Statene alla larga, sono depravazioni da strada». I rabbini sefarditi di Israele dichiarano guerra agli smartphone e a tutti quei telefonini che «permettono di guardare filmati, navigare su Internet e, Dio sia clemente, di raggiungere anche i posti peggiori al mondo». Una dura presa di posizione contenuta in una circolare che è stata rilanciata dal sito del quotidiano “Yedioth Ahronoth”.

MODERAZIONE – «In un istante – si legge nella nota – un uomo può inciampare e cadere, Dio non voglia, nel fondo di un baratro». La circolare «intima» per questo agli studenti, in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico, di «rimanere alla larga da queste attrezzature pericolose, di mantenersi moderati e attenti». I leader religiosi sefarditi invitano quindi «i giovani intelligenti» a lasciarsi rafforzare dalla Torah e a dedicare ogni momento libero al suo studio, «con desiderio e gioia». Un appello tanto più importante, scrivono i rabbini, in un periodo in cui «si viene a sapere di disastri quotidiani a cui è difficile opporsi» e le strade sono piene di vecchie e nuove «depravazioni» che impediscono di dedicarsi alla religione. Solo lo studio della Torah, conclude la circolare, potrà tornare utile nel giorno del giudizio.
[Corriere.it]

Le Giuste Priorità

2 luglio, 2010

Finalmente, dopo quarant’anni nel deserto, il popolo ebraico si trovava sulla soglia della Terra Promessa. Moshè era ancora la guida del popolo pronto ad attraversare il Giordano per conquistare e abitare la Terra.

È proprio a questo punto che un gruppo di persone – dalle tribù di Reuben e Gad – vennero da Moshè con una richiesta interessante.

“Noi abbiamo un’abbondanza di gregge”, dissero, “e la zona nella quale ci troviamo è molto adatta al pascolo. Vorremmo rimanere qui, oltre il Giordano, e non entrare nella futura Terra d’Israele”.

“Ma è possibile che i vostri fratelli andranno a combattere e voi rimarrete qui?” ribatté Moshè. “No”, dissero, “costruiremo dei rifugi per il bestiame e delle città per i nostri figli e poi ci affretteremo a prendere le armi e andare davanti ai nostri fratelli finché li porteremo al loro posto. Non torneremo alle nostre case finché tutti i figli d’Israele prenderanno possesso del loro territorio”.

Moshè accetta la proposta dicendo “…costruite città per i figli e rifugi per le bestie, e fate ciò che avete detto”. (Bemidbar 32, 1-42).

Si noti che nella sua risposta Moshè parla prima dei figli e poi del bestiame, mentre nella richiesta delle tribù l’ordine fu quello contrario.

Il grande commentatore Rashì scrive che queste tribù erano preoccupati più per i loro beni che per i loro figli e Moshè dovette impartire loro una lezione sulle priorità: prima la famiglia, poi i beni.

Certo che bisogna lavorare per poter portare avanti la famiglia, ma quando abbiamo questa Parashà davanti dobbiamo fermarci un attimo e pensare se abbiamo i valori al posto giusto e se le nostre priorità hanno un vero senso.

Gran parte del nostro tempo è preso dal poter arrivare al fine e non dal fine stesso, ma bisogna sempre ricordare che “la cosa migliore che si può spendere sui bambini non sono i soldi ma il tempo”.

Il sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzchak Schneersohn, disse che “la verra ricchezza non si misura con proprietà, azioni e così via. La vera ricchezza ebraica consiste nel essere benedetti con figli che camminano nelle vie del Sign-re.”

Ci auguriamo tutti, quindi, molta ricchezza…

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Adattato da Rav Shalom Hazan

Il Libro delle Lamentele

14 Maggio, 2010

Cari Amici,

Non ogni giorno possiamo dire “questa data è menzionata nella Torà”, ma oggi, capomese del mese di Sivàn, lo possiamo fare.

“In questo giorno – riferendosi al primo giorno del terzo mese dall’uscita dall’Egitto – arrivarono al deserto del Sinai” per poi accamparsi presso il monte Sinai.

La Torà nel descrivere il popolo che si accampa usa il verbo nella forma singolare dicendo che si “accampò di fronte al monte”. Perché si accampò e non si accamparono? Poiché in quel momento le persone erano tutte in armonia e di un solo cuore. Cosa che sarà difficile dire di tutti gli altri accampamenti… (vedi il commento).

La lezione da trarre è, naturalmente, che trovandoci alle soglie dell’anniversario del Dono della Torà durante la festa di Shav’uòt, siamo richiamati a cercare di vivere nuovamente quell’unione e quell’armonia.

Shabbat Shalom,
Rav Shalom Hazan

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Il Libro delle Lamentele

La Parashà di questa settimana è la prima del 4° libro della Torà, chiamato Bemidbàr nella tradizione ebraica e Numeri in italiano (in effetti esiste anche in fonti ebraiche un nome simile). Un mio amico ha proposto un altro nome, Il Libro delle Lamentele. Un semplice riassunto di gran parte dei racconti trasmessi dalla Torà in questo libro sarebbe semplice: Gli ebrei non erano contenti e si lamentarono con Moshè e con D-o.

Diverse lamentele riguardano il cibo (e la mancanza di scelta in riguardo), l’acqua, la mancata volontà di recarsi in Israele ed una vera e propria ribellione contro il potere di Moshè ed Aharòn.

In un caso la Torà dice che il popolo si lamentò, accendendo l’ira del Sig.ra, senza specificare quale fosse il motivo della lamentela.

Questo mi ha ricordato un po’ il comportamento di un bambino che trova mille motivi per disturbare i genitori. A volte i genitori cercano di affrontare e risolvere il motivo del disturbo, per andare incontro quasi immediatamente ad un altro disturbo. Questo perché non si accorgono che il motivo è uno solo: Il bimbo in effetti sta dicendo “guardami, voglio la tua massima attenzione, e troverò mille modi per ottenerlo”…

Se ci possiamo permettere di applicare questa metafora al popolo ebraico nel deserto ma a tutti noi anche oggi, potremmo dire che il popolo cerca di ottenere l’attenzione del Sig-re o cerca di creare un legame con Esso.

Se i ruoli di culto ufficiale sono limitati a certi individui (i sacerdoti, i leviti) il popolo troverà un modo per avere l’attenzione e quindi il legame con haKadosh Baruch Hu.

Per fortuna non bisogna essere un “esponente ufficiale” per trovare questo legame. “Il Sig.re cerca il cuore” dice il Talmud, e se ce lo mettessimo si risolverebbero molte situazioni!

di Rav Shalom Hazan

Forestiero e Cittadino

13 novembre, 2009

“Sono un forestiero e un cittadino”. E’ un po’ strano presentarsi in questo modo… “Ma sei cittadino o sei forestiero?!” gli potremmo rispondere…

Ebbene, il nostro padre Avrahàm (Abramo) si presenta in questa maniera al popolo dei Khittei (gli ittiti), avviandosi in una trattativa per l’acquisto di un terreno per seppellirci la moglie Sarah.

Una lettura attenta del testo ci rivela una trattativa che va oltre quella semplice per “l’affare” coinvolto. In effetti è un mini-dibattito culturale.

“Datemi una proprietà di sepoltura affinché io seppellisca il mio morto”, chiede Avrahàm. I Khittei rispondono, sorpresi, come a dire “ma che domanda”, se sei un cittadino è ovvio che usufruisci dei servizi di base offerti a tutti i membri della società, tra i quali quello di poter seppellire i propri morti. “Nessuno di noi ti negherà la propria tomba” gli rispondono gli abitanti del posto.

Ma Avrahàm non accetta la proposta offertagli, esso vuole un terreno specifico e vuole pagare “prezzo pieno, come proprietà di sepoltura”.

Anche il capo dei Khittei in quel momento, un certo ‘Efron, proprietario del terreno in questione, lo offre ad Avrahàm gratuitamente (questo ci indica anche il rispetto del quale godeva Avrahàm nella zona).

Ma no, Avrahàm non è pronto a cedere. Vuole un terreno di proprietà, acquistato e non ricevuto in dono. Alla fine paga quattrocento sicli d’argento per acquistare la grotta e il terreno di Makhpelà nella città di Khevròn. Lì sarà sepolto anche lui, il figlio Yizchàk e la sua moglie Rivkà (Isacco e Rebecca) ed il nipote Yaakov (Giacobbe) e la moglie Leah.

Cosa si nasconde dietro questa bizzarra trattativa?

E’ la condizione dell’ebreo: Forestiero e cittadino. L’ebreo, dove si trova, è cittadino. Parla la lingua, rispetta le leggi, difende la patria, studia, commercia, ecc. Al tempo stesso è forestiero. L’ideale che guida molti aspetti della sua vita è estraneo rispetto agli usi e costumi del suo paese.

Negli ultimi secoli l’ebreo ha dimostrato di potere essere “cittadino” nel pieno senso della parola. La vera forza dell’ebreo si esprime però nel dimostrare al tempo stesso anche l’aspetto “forestiero” dell’essere ebreo, ricordando che la possibilità di essere un bravo “cittadino” è anche grazie al fatto che è un “forestiero”…

di rav Shalom Hazan

Chi l’Ha Comandato? II

27 agosto, 2009

Cari amici,

projetto talmudIl lungo periodo letargico estivo si avvicina alla sua conclusione. Noi al centro dei Colli Portuensi siamo già in piena preparazione per la riapertura del Tempio, l’inizio del Gan e tutte le attività e lezioni che vi proporreremo quest’anno, con varie eccitanti novità.

Leggete questa e le prossime mail con attenzione e scegliete almeno una cosa nella quale partecipare. La vostra anima (e anche la parte materiale…) sarà veramente contenta!

Con l’occasione vi ricordo che durante il mese di Elul è importante accertarsi della validità dei propri Tefillìn e delle Mezuzòt (che si possono rovinare con il tempo). Sono a vostra disposizione per il controllo delle Mezuzòt.

Un cordiale Shalom,

Rav Shalom Hazan
Direttore
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Al Centro Ebraico di Monteverde
(Tempio dei Colli Portuensi) sono disponibili Tefillìn, Mezuzòt, e libri di Torà e pensiero ebraico in italiano.
Ora è anche disponibile il libro di Tefillà di rito romano con la traduzione (Morashà, 2009).
Novità in italiano!

Il libro “Percorso di Vita” (Mamash, 2009, 294 pp.)
“Idee, spiritualità e valori ebraici nella società moderna”.
Interessante per tutti ma specialmente indicato per i ragazzi.
Disponibile ora a soli 15E.

gan logo

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Questo Shabbàt al Tempio
Finalmente si riprende!

Dopo alcune settimane di pausa il Tempio riprende per le funzioni del venerdì sera, Shabbàt mattina e pomeriggio.
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 29-30 agosto:

28 agosto venerdì sera: 19,30
29 agosto shabbàt mattina: 9,30
29 agosto shabbàt sera: 19,25

Per offrire il Kiddush di questo Shabbàt gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

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Il Gan Riprende…tu ci sei?

La ludoteca Gan Rivkà dei Colli Portuensi ha solo pochi posti ancora disponibil per l’anno 2009-10, per bambini dell’età di due o tre anni. Se tu o qualcuno di tua conoscenza sei interessato/a ad iscrivere tuo/a figlio/a…contattaci entro questa settimana! Scrivi a Chani chana.hazan@gmail.com o chiama il 3498188600.

Tutto lo staff vi aspetta!

La direttrice, Morà Chani
La maestra, Morà Emilia
La assistente Morà, Morà Sharon
La maestra di Musica e Movimento, Morà Chiara

Prendete appuntamento per vedere i nostri locali spaziosi, illuminati e accoglienti (chiamare dai primi di settembre).

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Chi l’Ha Comandato? II
Continua dall’articolo della settimana scorsa. Per leggerlo clicca qui


La Torà nella Parashà della scorsa settimana (Shoftìm) ci ha spiegato che la trasmissione delle sue istruzione è una funzione dinamica che continua attraverso i maestri di ogni generazione e che siamo obbligati a seguire queste loro istruzioni. E’ per questo che accendendo i lumi di Chanukà, per esempio, possiamo pronunciare la benedizione e dire “coLui che ci ha comandato di accendere i lumi di Chanukà…” riferendoci a D-o, poiché è la Torà stessa che ci comanda di seguire le istruzioni dei maestri che appunto hanno istituito la festività di Chanukà. (Vedi l’articolo per leggere la spiegazione).

Ora ci resta a capire una curiosità: sembra che molte delle istruzioni, le mitzvòt cosidette “rabbiniche”, istituite dai maestri, abbiano più “successo”, nel senso che vengono adempite a volte con maggiore attenzione rispetto a quelle della Torà stessa!

Ebbene, esiste una famosa metafora che paragona il popolo ebraico ad una donna e il Sig.re al suo marito (tutto il Cantico dei Cantici del re Salomone si basa su questa metafora). Il momento del dono della Torà è simile al momento del matrimonio, della Chuppà (con la Torà stessa che funge da contratto matrimoniale – ketubbà).

Ogni marito sa che in un matrimonio vi sono degli obblighi, delle azioni che ci si aspetta lui faccia per facilitare la vita a sua moglie. Ogni marito lo sa e cerca anche di farlo, ma non è detto che lo faccia sempre con un sorriso. Alla fine, si tratta di “obblighi” che gli sono stati quasi “impostati” e come ogni cosa imposta (dagli altri, dalla società, ecc) diventa una cosa “pesante”…

Lo stesso marito in un momento di ispirazione andrà a scegliere un bel gioiello per la sua signora. Lo farà con calma e con molta attenzione e glielo presenterà con molto amore.

In teoria questo non gliel’ha chiesto nessuno e non gli viene imposto in nessun modo…non è paradossale che lo fà senza “pesantezza” mentre gli obblighi li vorrebbe dimenticare?

Assolutamente no! Proprio perché questa è una cosa “sua” personale non ho bisogno di una forza esterna che lo rafforza e incita a farla. E lo fà con tutto il cuore.

Nello stesso modo il popolo ebraico nel suo grande amore verso D-o gli porta questi “doni” spirituali voluti da sé stesso, a volte con un impegno ancora maggiore rispetto agli obblighi che la Torà ci ha imposto.

Durante queste settimane che precedono Rosh Hashanà e Kippur è opportuno pensare a questo nostro amore verso Hakadosh Baruch Hu. Sicuramente questo risveglierà in Lui l’amore verso di noi e ci benedirà, assieme a tutti i popoli e tutto il mondo, con un anno di pace e di prosperità materiale e spirituale.

di rav Shalom Hazan

Chi L’ha Comandato?

21 agosto, 2009
Cari amici,

Oggi è il primo giorno del mese di Elul, mese di introspezione e preparazione per l’anno nuovo. E’ usanza di molti di sentire lo suono dello Shofàr ogni mattina di questo mese (eccetto la vigilia di Rosh Hashanà).

E’ anche importante controllare i Tefillìn e le Mezuzòt per accertarsi che siano Kasher. (Sono a vostra disposizione per il controllo delle Mezuzòt).

Shabbat Shalom!

Rav Shalom Hazan

“Che ci ha comandato…” Dove?!
Venerdì sera, tutti a tavola con il vino del Kiddush e il pane del Motzì illuminati dalle candele dello Shabbàt accese dalle donne e le ragazze. Prima di accendere le candele è stata detta la Berachà, la benedizione. Cosa si recita in questa benedizione? “Asher kiddeshanu bemitzvotàv vetzivanu…” Ovvero si bendedice coLui che ci “ha santificato attraverso le Sue mitzvòt e ci ha comandato…di accendere i lumi dello Shabbàt”.

Vi siete mai chiesti dove ce l’ha comandato? E’ vero che la tradizione ebraica vuole che già dai tempi di Sarah, moglie di Avraham, si accendevano le candele dello Shabbàt, ma nella Torà non si trova un comandamento simile.

Il discorso si allarga e tocca anche altre mitzvòt che introduciamo con la stessa formula (“ci ha comandato…”) ma delle quali sulla Torà non troviamo traccia!

Tra queste ci sono la Netilat Yadayim (il lavaggio rituale delle mani) la maggior parte delle benedizioni (a parte quella dopo aver mangiato, la Birkàt Hamazòn, che è voluta direttamente dalla Torà), e sicuramente l’accensione della Hannukià e la lettura della Meghillà. Quest’ultime ricordano eventi accaduti molto dopo il dono della Torà eppure la berachà è sempre quella…”Ci ha comandato”.

Infatti il Talmud pone la stessa domanda “Dove ce l’ha comandato?” nel trattato di Shabbàt (23a).

La risposta si trova nella Parashà di questa settimana. Tutti sanno che nella Torà ci sono 613 comandamenti. Inoltre esistono sette “Mitzvòt dei Maestri” ossia istruiti dalle autorità rabbiniche del sinedrio (tra le quali si trovano gli esempi sopra ricordati).

E’ la stessa Torà che concede questa autorità ai maestri di ogni generazione (con diversi criteri e limiti).

L’eternità e la profondità della Torà sono tali da potere rispondere alle esigenze delle generazioni diverse. Proprio per questo si parla nella nostra Parashà di dubbi e domande che si potrebbero verificare nel corso delle generazioni, domande che non si possono rispondere semplicemente leggendo la Torà.

La Torà ci istruisce di porre la domanda alle autorità di studio e di istruzione fino ad arrivare alla massima autorità che giace presso il Bet Hamikdash (ossia il sinedrio) oppure a qualunque “giudice che vi sarà in quei giorni” (Devarìm 17,10). Con questo la Torà dà la stessa autorità che aveva Moshè ai giudici di ogni generazione pur non essendo alla sua altezza.

La Torà ci comanda di obbedire le parole dei maestri non virando né a destra né a sinistra di esse.

Quando adempiamo una delle Mitzvòt voluto dai Maestri e recitiamo nella berachà che “ci ha comandato” ci riferiamo a questa Mitzvà: Ci ha comandato di seguire le istruzioni dei Maestri ed è questo il motivo dell’osservanza di Chanukà, Purìm, ecc.

Di rav Shalom Hazan

La settimana prossima affrontiamo la domanda: Perché sembra che molti sono più attenti a queste mitzvòt dei maestri che alle mitzvòt della Torà stessa?!

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Al Centro Ebraico di Monteverde
(Tempio di Colli Portuensi) sono disponibili Tefillìn, Mezuzòt, e libri di Torà e pensiero ebraico in italiano.
Ora è anche disponibile il libro di Tefillà di rito romano con la traduzione.

Il Pane e La Parola

7 agosto, 2009

Cari amici,

Il brano dei profeti (la Haftarà) che si legge questa settimana è la seconda della serie di sette “Haftaròt di Consolazione”. Lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv si legge la prima delle sette Haftaròt per arrivare fino allo Shabbàt che precede Rosh Hashanà.

Nel brano odierno, tratto dalle parole del profeta Isaia, il popolo ebraico si esprime lamentando il presunto abbandono da parte di D-o. Il Sig-re li assicura che non è così, paragonando il Suo amore e la Sua misericordia per il popolo a quelle di una madre per il proprio figlio.

Il profeta continua con una descrizione sentimantale del futuro raduno degli ebrei esiliati nella diaspora che accadrà dopo la venuta del Mashiach, per tornare a rispondere ancora alla lamentela di essere stati abbandonati, ricordando il comportamento ribelle che portò all’esilio ed alla sofferenza.
Conclude con parole di incoraggiamento, rammentando la storia degli antenati Avrahàm e Sarà. Così come loro erano diventati miracolosamente genitori dopo aver perso ogni speranza, anche noi non dobbiamo rinunciare alla fede ed alla speranza della redenzione.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan
Il Pane e La Parola
Spunti Khassidici

L’uomo non vive solamente dal pane, bensì dalla parola della bocca di D-o… (Deuteronomio 8,3)

Questo versetto risponde ad una semplice domanda: Com’è che l’essere umano, la forma più elevata di vita, alimenta la propria esistenza e vitalità dalle forme inferiori della creazione (l’animale, vegetale e minerale)?

In realtà la vera fonte del nutrimento è “la parola di D-o”. I maestri della Kabbalà spiegano che l’inferiorità indica una fonte ancora più elevata. Come un muro pericolante: le pietre più alte cadono più lontano…(Rabbì Schneur Zalman di Liadi)

Così come un uomo castiga il proprio figlio, D-o vi castiga…(8,5)

Un padre che castiga il proprio figlio infligge dolore più su se stesso che sul figlio. Anche per D-o è così: la Sua sofferenza è maggiore rispetto alla nostra. (Rabbì Levi Yitzchak of Berditchev)