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Il Successo Invita L’Umiltà

19 novembre, 2010
Leggiamo questa settimana del ritorno di Yaacov alla terra natìa ove dovrà superare la prova – potenzialmente pericolosa – dell’incontro con il fratello Essàv.

Il testo della Torà descrive il timore, e adirittura la paura, che provava Yaacov pensando a questo incontro. Il terzo degli Avi prega quindi il Sign-re, invocando la Sua misericordia.

In effetti abbiamo già letto in passato che a Yaacov sono state date delle benedizioni molto particolari che includevano anche delle assicurazioni riguardo la protezione Divina nei suoi confronti. Tuttavia Yaacov apre la sua preghiera con la parola “katònti”, letteralmente tradotto con “sono umile” e nel contesto del verso è come se dicesse “non sono degno di tutte le bontà…che hai operato con il tuo servo… Perfavore salvami dalla mano di mio fratello…” (Genesi 32, 11-12)

Noi siamo abituati ad un mondo nel quale il successo invita la presunzione o comunque una sensazione di contentezza e al minimo un po’ di soddisfazione. Qui troviamo una situazione nella quale una persona ha creato praticamente dal nulla un mini-impero al livello famigliare e al livello economico e questo lo rende… molto umile!

Millenni dopo il rav Schneur Zalman di Liadì (autore del Tanya che festeggeremo questo giovedì sera a Via Balbo) scriveva, anch’esso in un contesto storico particolare, che Yaacov si sentiva umile non nonostante le bontà concesse dal Sign-re ma proprio a causa di queste bontà.

“Il senso è che ogni bontà concessa dal Sign-re ad una persona dovrebbe far sì che essa si senta molto umile. Poiché una bontà Divina rappresenta ‘un’abbraccio’, è come se il Sign-re portasse la persona vicina a Sé, molto più intensamente di quanto lo fosse prima.

“Più la persona è vicina al Sign-re … più grande sarà l’umiltà in lui risvegliata … poiché ‘tutto nei Suoi confronti è come nulla’. Quindi più la persona è ‘nei Suoi confronti’ (ossia vicina a Lui, NDT) più si considera nullo. Ed è questo l’attributo di Yaacov…”

“In contrasto, per le ‘forze negative’ funziona nella maniera opposta; più bontà si dimostra alla persona, più cresce la sua arroganza e soddisfazione di sé…”

Penso che questa prospettiva possa aiutarci ad appronfondire meglio molte situazioni ma anche ad apprezzare molto di più le benedizioni che abbiamo.

di Rav Shalom Hazan

Riflessione sulla Protezione

12 dicembre, 2008

La porzione della Torà che leggiamo pubblicamente questo sabato al tempio ricorda il “ritorno”. Il ritorno di un figlio che dopo decenni ritorna a casa. Il figlio era Giacobbe e la casa è quella di Isacco e quella del nonno Abramo. Che tipo di casa è? Che aria si respira? La casa di Abramo era famosa e riconosciuta come una casa aperta. Aperta non solo a parenti e amici ma anche a stranieri, a chiunque avesse bisogno di qualcosa da mangiare, da bere o di un po’ di supporto morale.

Ci troviamo purtroppo in un periodo molto difficile e non parlo della situazione economica ma delle molte tragedie che hanno colpito ultimamente la nostra comunità.

Forse è il momento di ritornare – a casa. Proprio a quella nostra casa, la casa di Abramo, la nostra casa paterna. La casa di amore e di apertura e di considerazione verso il prossimo.

Grandi luminari del nostro popolo negli anni passati hanno sottolineato l’importanza di questa Mitzvà – l’amore verso il prossimo – in situazioni simili. Non perché sappiamo giustificare o dare delle motivazioni a tali situazioni – su questo vi è solo Un Giudice! – piuttosto perché possiamo capire che questo amore è una nostra forza ed è una nostra protezione. Quando manca l’amore può venire a meno automaticamente anche la protezione…

Cerchiamo quindi di vedere cosa possiamo fare per tornare a casa!

Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

Chabad-Lubavitch di Monteverde

P.S. Un’altra protezione della casa sono le Mezuzòt. E’ molto importante quindi assicurarsi della validità delle Mezuzot facendole controllare da un rabbino e di assicurarsi delle presenza della Mezuzà laddove è dovuta.