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Preghiera Clandestina – Notte Sovietica °26

8 Maggio, 2009
Continua da L’Armata Rossa
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

Dovevo consegnare i risultati dell’esame al medico del campo, ma decisi di aspettare qualche giorno: forse il dottore comandante si sarebbe dimenticato i dettagli del mio caso e da quale dottore mi aveva mandato. Nel frattempo, però, tornai all’ambulatorio in città e dissi: “compagna dottoressa, per favore mi dia un’altra copia del suo rapporto: il mio comandante si è preso il rapporto che lei mi ha dato”. La dottoressa accettò e mi scrisse un altro rapporto.

Qualche giorno dopo andai dal medico del campo. Prima di bussare alla sua porta mangiai una cipolla dal sapore forte e fumai qualche forte sigaretta: mi venne la nausea e presi un colorito cinereo. Proprio mentre entravo nella stanza cominciai a vomitare.

“Che succede?” chiese il medico, preoccupato.

“Ho la nausea e non digerisco il cibo,” spiegai debolmente. “Ho tentato di bere un po’ di latte e mangiare un po’ di pane, ma anche quello non va giù.”
Gli feci vedere il rapporto della dottoressa del reparto tubercolosi. Come avevo sperato, si era dimenticato di avermi mandato dal dottore dell’esercito. Grazie al rapporto e al mio misero aspetto, mi mandò ad una commissione medica, che ascoltò i dettagli del mio caso e mi assegnò un mese di vacanza. Tuttavia non mi diedero i documenti che attestavano la mia vacanza, ma dissero che li avrebbero mandati direttamente al mio ufficiale comandante. Questo mi rese ansioso, perché ogni giorno nuove truppre venivano mandate al fronte, e presto sarebbe venuto il turno del mio plotone.

Ogni giorno andavo all’ufficio per domandare se i documenti erano arrivati, ma la risposta era sempre no.

Così, arrivò il giorno in cui la mia truppa doveva essere mandata al fronte. Ci mettemmo in fila, e un nuovo ufficiale prese il comando. Stava già facendo buio, quando cominciammo a marciare verso un deposito per ricevere nuove uniformi. Lungo la strada incontrammo alcuni capitani che erano appena tornati dal deposito: ci dissero di tornare indietro, perché la luce elettrica non poteva essere usata di sera, e sarebbe stato impossibile distribuire i vestiti al buio. Tornammo così alla nostra base.

La mattina dopo fummo di nuovo messi in fila per ricominciare a marciare. Decisi di provare ancora nei pochi minuti che rimanevano, e vedere se l’ufficio aveva ricevuto la richiesta per il mio mese di vacanza. Sapevo, tuttavia, che il mio comandante non avrebbe gradito: come avrei fatto ad uscire dalla fila?

“Compagno ufficiale, ho bisogno di andare al bagno.”

Corsi all’ufficio e chiesi all’impiegato se era arrivato il permesso per quelli per i quali era prevista una licenza. Erano arrivati proprio quella mattina! Gli chiesi il documento che confermava la mia licenza. Tuttavia c’era la regola che i documenti potevano essere consegnati solo su richiesta del comandante. Il mio ufficiale, che aveva fatto in modo che la mia permanenza nell’esercito non fosse troppo confortevole, non si sarebbe certo dato da fare per aiutarmi. Mi avrebbe rifiutato con una scusa, come “per ora vieni con noi, e quando riceverò in persona l’avviso, ti farò tornare dal fronte.” In questo modo tutto sarebbe stato perduto. Pensai in fretta e dissi all’impiegato: “Compagno, il mio comandante dice che non sa come formulare la richiesta: per favore scrivimi la formula, e la darò a lui da firmare.”

L’impiegato fece come gli avevo chiesto. Io presi la nota e la portai al comandante, che in quel momento stava parlando con un altro ufficiale. Quando mi fui avvicinato, il secondo ufficiale mi disse bruscamente: “cosa vuoi?” Gli diedi la nota, ma lui non capì cosa c’era scritto. “Che cos’è?” mi chiese. “Non so: me l’hanno data all’ufficio.” Il secondo ufficiale disse al mio ufficiale: “ascolta, va’ all’ufficio e senti di che si tratta”.

Il mio ufficiale prese la nota e corse all’ufficio, mentre io lo seguivo da vicino. Chiese all’impiegato: “cosa gli hai dato?”

“Compagno ufficiale,” disse l’impiegato, “Hazan ha un mese di licenza; è malato, lasciamolo riposare.”

L’ufficiale si girò per guardarmi con sospetto: “e da quando sei così malato?” ruggì.

Gli risposi con tono indignato che soffrivo da anni di tubercolosi.

Improvvisamente si mosse a compassione e disse: “non preoccuparti: avrai il tuo mese di licenza, e se starai ancora male potrai chiedere un prolungamento finché non starai bene. Poi potrai tornare da noi.”

Mentre andavo via mi avvisò di fare rapporto alla base alla fine del mese di licenza.

Che rivolgimento! Soltanto una settimana prima avevo discusso con Yaakov su cosa fare con le due ore di libera uscita che avevamo ogni settimana. Sarebbe arrivato presto Rosh Hashanà: avremmo dovuto usare quelle preziose due ore per ascoltare lo shofàr di yom tov, o per andare nella città vicina per fare hatarat nedarim (annullamento dei voti) prima di Rosh Hashanà? E ora avevo un mese di licenza! Quando partii, Yaakov pianse amaramente, e anch’io piansi nel lasciarlo. Fu l’ultima volta che vidi mio cognato: poco tempo dopo fu ucciso al fronte.

Avrei voluto usare questo mese per tornare da mia moglie e i miei figli a Odessa, ma l’area era stata isolata perché i tedeschi stavano avanzando verso la città. Decisi di andare a Saratov, lontano dal fronte, dove sapevo che c’erano degli ebrei. Salendo su un treno merci pieno di ebrei provenienti da Odessa che fuggivano dai tedeschi, trovai tra loro una persona che conoscevo, un ebreo istruito e timorato di D-o. Siccome era venerdì, cominciammo a discutere se fosse permesso viaggiare di Shabbat in quelle circostanze. Io conclusi che non ci fosse una necessità così pressante da permettere di violare lo Shabbat.

Il treno si era appena fermato a Lisk e stava già per ripartire, quando saltai giù dal vagone. Avevo pensato di poter passare lo Shabbat nella stazione e riprendere il viaggio sabato sera, ma l’insopportabile affollamento della stazione lo rese impossibile. Era piena di profughi che aspettavano dappertutto, aspettando di schiacciarsi nei pochi metri di spazio libero su ciascun treno. Mi ero già pentito di aver lasciato il mio posto sul treno. Proprio in quel momento degli aerei tedeschi, comparsi all’improvviso, bombardarono la città, e molte bombe caddero vicino a noi. I profughi corsero a cercare un riparo.

Due minuti dopo arrivò un piccolo treno diretto a Voronezh. Mi venne in mente che una famiglia chiamata Shiff, imparentata con l’Illuy di Zevihl, viveva in quella città. Il padre, uno shochet, era venuto in visita all’Illuy proprio quando era scoppiata la prima guerra mondiale, e aveva trovato un lavoro con l’aiuto di mio padre. Aveva anche vissuto con noi fino alla fine della guerra. Così decisi di andare a Voronezh.

Essendo arrivato soltanto mezz’ora prima di Shabbat, mi affrettai a scendere dal treno, strizzato tra la folla. Diedi subito il mio piccolo involto all’ufficio dei bagagli della stazione, e passai la notte nella stazione, andando in città la mattina dopo.

Per strada vidi un ebreo religioso, e lo salutai con un “buon Shabbat”.

“Buon Shabbat,” mi rispose. “Come va?”

“Mi dica, dove c’è un minyan?”

“Non c’è minyan qui. Sono stato qui per tre mesi, e non c’è assolutamente un minyan.”

“Per favore, mi permetterebbe di pregare in casa sua? Sono appena arrivato in città. Ho il mio cibo. Ho solo bisogno di un luogo dove pregare di Shabbat, e dire le Selichot stanotte.”

“Vivo con un parente che ha una casa molto piccola,” l’ebreo balbettò “già io stesso occupo troppo spazio” e rapidamente se ne andò.

Comprendevo le sue paure: ero ancora vestito nell’uniforme dell’esercito. In seguito incontrai altri ebrei e ricevetti lo stesso genere di cortesi risposte.

Alla fine vidi un vecchio ebreo con una barba fluente e le peyot. Il suo cappotto era talmente gonfio intorno al collo che ero sicuro che doveva indossare un tallit. Non avevo dubbi che stava andando a qualche minyan clandestino.

Mi rivolsi a lui e dissi: “Buon Shabbat”. Lui rispose al mio saluto e disse: “di dove sei?”

“Di Krasnostav”.

Fece un sorriso. “Io sono di Luber!” Era una città non lontano da noi.

“Sono il figlio di Rav Hazan di Krasnostav.”

“Certo, ho conosciuto tuo padre, e anche tuo nonno!”

Cominciammo una conversazione amichevole. Alla fine gli chiesi: “dov’è il minyan qui?”

“Non ce n’è”.

“Ascolti!” gli parlai seriamente “sono sei settimane che non ho pregato con un minyan. E stanotte iniziamo a dire le Selichot. Mi faccia un favore, e mi dica dove si riuniscono tutti per pregare. So che ci deve essere un minyan.”

Questa volta non potè rifiutare. “Va bene, seguimi a distanza, e guarda in quale porta entro. Ma non entrare subito dopo di me, o mi accuseranno di aver divulgato il segreto. Solo pochissimi sanno di questo minyan.”

Entrai pochi minuti dopo di lui. Tutti i fedeli mi fissarono spaventati. “Chi è quest’uomo? Come ha fatto questo soldato a trovarci? Chi gli ha detto del nostro minyan?”

“Non vi preoccupate,” li rassicurai “sono un ebreo che segue la Torà. Ho visto ebrei religiosi che entravano qui e ho capito che doveva esserci un minyan.”

“Non dire di noi a nessuno,” scongiurarono “abbiamo organizzato questo minyan solo per qualche giorno, è tutto qui.”

La stanza era stretta e buia. Chiesi e mi fu dato un tallit. Era meraviglioso poter pregare con un minyan dopo tutto quel tempo.

Continua. . .

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa

© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Dovevo consegnare i risultati dell’esame al medico del campo, ma decisi di aspettare qualche giorno: forse il dottore comandante si sarebbe dimenticato i dettagli del mio caso e da quale dottore mi aveva mandato. Nel frattempo, però, tornai all’ambulatorio in città e dissi: “compagna dottoressa, per favore mi dia un’altra copia del suo rapporto: il mio comandante si è preso il rapporto che lei mi ha dato”. La dottoressa accettò e mi scrisse un altro rapporto.
Qualche giorno dopo andai dal medico del campo. Prima di bussare alla sua porta mangiai una cipolla dal sapore forte e fumai qualche forte sigaretta: mi venne la nausea e presi un colorito cinereo. Proprio mentre entravo nella stanza cominciai a vomitare.
“Che succede?” chiese il medico, preoccupato.
“Ho la nausea e non digerisco il cibo,” spiegai debolmente. “Ho tentato di bere un po’ di latte e mangiare un po’ di pane, ma anche quello non va giù.”
Gli feci vedere il rapporto della dottoressa del reparto tubercolosi. Come avevo sperato, si era dimenticato di avermi mandato dal dottore dell’esercito. Grazie al rapporto e al mio misero aspetto, mi mandò ad una commissione medica, che ascoltò i dettagli del mio caso e mi assegnò un mese di vacanza. Tuttavia non mi diedero i documenti che attestavano la mia vacanza, ma dissero che li avrebbero mandati direttamente al mio ufficiale comandante. Questo mi rese ansioso, perché ogni giorno nuove truppre venivano mandate al fronte, e presto sarebbe venuto il turno del mio plotone.
Ogni giorno andavo all’ufficio per domandare se i documenti erano arrivati, ma la risposta era sempre no.
Così, arrivò il giorno in cui la mia truppa doveva essere mandata al fronte. Ci mettemmo in fila, e un nuovo ufficiale prese il comando. Stava già facendo buio, quando cominciammo a marciare verso un deposito per ricevere nuove uniformi. Lungo la strada incontrammo alcuni capitani che erano appena tornati dal deposito: ci dissero di tornare indietro, perché la luce elettrica non poteva essere usata di sera, e sarebbe stato impossibile distribuire i vestiti al buio. Tornammo così alla nostra base.
La mattina dopo fummo di nuovo messi in fila per ricominciare a marciare. Decisi di provare ancora nei pochi minuti che rimanevano, e vedere se l’ufficio aveva ricevuto la richiesta per il mio mese di vacanza. Sapevo, tuttavia, che il mio comandante non avrebbe gradito: come avrei fatto ad uscire dalla fila?
“Compagno ufficiale, ho bisogno di andare al bagno.”