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Le Tende Modeste

8 luglio, 2011

Le Tende Modeste

Nella Parashà della settimana si legge di Bil’am, profeta pagano che viene “assunto” per maledire il popolo ebraico ma che a suo malgrado non riesce che a benedirli.

In uno dei versi più belli e più citati, sul popolo ebraico Bilam si è espresso dicendo “Quanto son belle le tue tende, o Giacobbe! le tue dimore, o Israele!”
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Oltre il senso semplice e poetico delle parole i Maestri trovano un significato anche riferito alle vere e proprie tende, le dimore degli ebrei in quel momento nel deserto.

Cosa vi era di bello nelle loro tende? Non tanto le tende stesse quanto il loro posizionamento. Le aperture delle tende erano poste in maniera tale da non lasciare intravedere l’apertura della tenda vicina, nel rispetto della privacy e la modestia propria e del prossimo.

La bellezza delle dimore quindi dipende anche dall’etica e la morale di chi ci abita. Un maestoso palazzo abitato da una persona presuntuosa e poco rispettosa (come lo era Bilam) emana energie che non possono essere considerate “belle” mentre una semplice baracca in cui si vive l’amore e il rispetto reciproco vale più di ogni bene materiale.

Il tutto parte dalla modestia sia estetica che interna, quindi l’umiltà, che è l’attributo caratteriale che porta a tutte le altre caratteristiche positive.

Questo periodo in particolare, quello estivo, porta sempre con sé delle difficoltà sul piano della modestia cosa che indica, di conseguenza, che vi sono anche delle forti energie per contrastare quelle difficoltà e superarle.

di Rav Shalom Hazan

Lo Shemà

31 luglio, 2009
Cari amici,

Questa Shabbàt tradizionalmente è chiamato “Shabbàt Nachamù”. La parola Nachamù significa “siate consolati”, parola pronunciata e ripetuta dal profeta Isaia nel contesto della distruzione del 1° Tempio. Un messaggio di speranza e di redenzione che per tradizione si legge lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

Lo Shemà
“Shemà Yisrael Ado-nai Eloh-énu Ado-nai Echàd.”

Questo versetto, conosciuto da ogni ebreo, ha come fonte la Parashà odierna, nella quale Moshè continua ad istruire e preparare il popolo d’Iisraele, ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati a quel punto alla fine dei quarant’anni nel deserto trovandosi sulla soglia della Terra Santa.

Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di soddisfarci con alcuni di essi.

1) “Shemà Yisrael” significa “ascolta Israele”. Moshè parla al popolo dicendo loro di prestare attenzione alle parole importanti che sta per trasmetterli.

Vi è però un’allusione anche ad un’esperienza personale: Quando ogni ebreo, due volte al giorno, dice lo Shemà, in effetti è come se parlasse a se stesso, poiché il popolo si chiama Yisrael. Ognuno di noi dice quindi a se stesso, “Ascolta! D-o è nostro ed è unico”…

2) I caratteri scritti sul Séfer, il rotolo della Torà, hanno tre misure. La misura standard, le lettere di dimensione minore (come la Alef della prima parola del libro di Vayikrà-Levitico) e lettere di dimensione maggiore. Due di quest’ultime si trovano nel nostre versetto dello Shemà. La lettera ‘Ayin, l’ultima della parola Shemà, e la lettera Dalet, l’ultima della parola Echàd hanno dimensioni maggiori rispetto alle altre lettere.

Uno degli insegnamenti in riguardo: Messe insieme queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.

Il significato è doppio. Da una lato, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza circa la presenza e l’unicità di D-o. Dall’altro canto, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o.

Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10). Quando ci si chiede “qual’è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante la storia abbia cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.

3) Le stesse due lettere, invertendo l’ordine, formano la parola Dà – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di conoscere il Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).

Il senso è che a parte l’obbligo di credere in D-o, ossia il concetto della fede, nell’ebraismo siamo anche portati a studiarlo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerlo” per quanto questo sia possibile.

La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.

Non esiste in realtà il non credente, ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.

Solo quando è accompagnata dallo studio e la conoscenza, la fede fiorisce e produce buoni frutti.

di Rav Shalom Hazan