Orari Shabbat Roma

29 Ottobre, 2009 di ravblog

Shabbàt 25.26 dicembre 2009

8-9 Tevet, 5770

Entrata Shabbàt: 16,25

Uscita Shabbàt: 17,31

Parashà: Mikketz (44:18-47:27)

Vita A Mosca, 1950

24 Dicembre, 2009 di ravblog

Continua da La Cortina di Ferro Si Chiude
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

In quel tempo le autorità davano razioni di seicento grammi di pane agli operai e quattrocento grammi a tutti gli altri cittadini. Solo per ottenere la residenza a Mosca fui costretto a settimane di richieste presso il municipio e a rifornirli di tangenti. Anche dopo essere diventati residenti, però, ancora non ricevevamo le razioni di pane spettanti ai due figli più grandi, perché non avevamo osato iscrivere i loro nomi nel registro del nostro palazzo, perché una volta che il nome di un bambino fosse apparso su quel registro, il bambino sarebbe stato automaticamente iscritto alla scuola del quartiere. Non potevamo correre il rischio di dover far andare a scuola i nostri figli, perché non avremmo avuto scuse che li esentassero dall’andarci anche a Shabbat. Inoltre, se fosse stato scoperto che osservavamo la Shabbat, saremmo stati immediatamente imprigionati e i nostri figli sarebbero stati presi in custodia dai comunisti. Così cominciammo la nostra vita a Mosca, affamati, infreddoliti, e senza ricevere nemmeno le scarse razioni di pane che ricevevano tutti gli altri (non potevo neanche sognare di comprare il pane al mercato nero, perché una pagnotta di un chilo costava cento rubli, e io guadagnavo tra settecento e ottocento rubli al mese).

Prima di Rosh Hashanà sentii dire che un vicino, un vecchio, aveva un Sefer Torà a casa sua. Io avevo lo shofar che avevo fatto a Oblik, e nella mia unica stanza mettemmo insieme un minyan sia a Rosh Hashanà che a Yom Kippur. Io condussi la funzione di Mussaf e lessi la Torà in entrambi i giorni. Poi arrivò Sukkot.

Non ero mai stato senza una sukkà, ma ora mancavo totalmente di risorse. Alla vigilia di Sukkot notai che il mio vicino ebreo stava costruendo una stanza in più per la sua casa. I muri erano già stati costruiti ma il soffitto mancava ancora – era perfetta per una sukkà. Chiesi a questo vicino se potevo fare una sukkà in un angolo della stanza, almeno per la prima sera di festa, ma lui rifiutò.

Quando sua moglie ci sentì parlare mi disse in yiddish: “dimmi di cosa hai bisogno.” Io le spiegai la mitzvà della costruzione della sukkà, ed ella disse generosamente: “perché accontentarsi di quell’angolo, e per un solo giorno? Ti darò tutto quello che vuoi! C’è un posto dall’altra parte della casa che è perfetto per la costruzione della tua sukkà, e lo puoi usare per tutta la durata della festa.”

Andando a vedere il posto, trovai due muri sporgenti e una porta appoggiata per terra. Entro mezz’ora avevo attaccato la porta per formare un terzo muro, e la mia sukkà era completa. Lei mi aiutò nella costruzione e aggiunse: “Puoi anche tenere il tuo minyan a casa mia.”

C’era un anziano ebreo nel vicinato con cui avevo fatto amicizia, Reb Yeshaya. Non poteva credere che stessi pensando di costruire una sukkà. “Cosa? Una sukkà qui a Reutovo, vicino a Mosca? Quanti anni saranno passati dall’ultima volta che qualcuno ha costruito una sukkà? Per tutto questo tempo il massimo che siamo riusciti a fare è stato di andare alla Grande Sinagoga a Chol Hamoed (i giorni intermedi della festa) per dire una benedizione sulla sukkà e sul lulav ed etrog.”

Non riuscii a convincerlo ad entrare nella nostra sukkà e fare il kiddush la prima sera. Ma il giorno dopo mangiò lì con noi, e l’anno successivo ne fece una lui stesso. Col tempo la voce circolò che in effetti era possibile costruire una sukkà, e anche altri cominciarono a costruire le proprie sukkot.

Proprio dopo Rosh Hashanà trovai un lavoro di tessitura di scialli in una fabbrica. Il direttore era ebreo e accettò la mia condizione che non avrei lavorato di Shabbat. “Puoi stare qui finché nessuno si accorgerà di quello che stai facendo,” mi disse francamente, “ma quando sarai scoperto dovrai andartene, ma potrai dimetterti, così almeno, non essendo licenziato, le tue possibilità di trovare un altro lavoro non saranno tanto scarse.”

Mi portai a casa del lavoro da fare dalla fabbrica, per ottenere qualsiasi quantità  di denaro in più che potevo. Dopo Yom Kippur cominciammo a sentirci un po’ sistemati: io mi guadagnavo da vivere; tuttavia il senso di paura che mi aveva perseguitato per tutta la mia vita mi accompagnava ancora, e adesso il pericolo era più grande che mai, perché ero venuto a sapere, quando avevo lasciato Tashkent, che le autorità avevano cominciato a investigare sulle attività religiose clandestine, e io ero stato il preside di quattro chadorim (scuole), un reato criminale che comportava pesanti pene. I miei ottanta allievi, i loro genitori e molti altri erano stati tutti testimoni delle mie attività ‘illegali’. Tutto quello che ci voleva perché mi arrestassero era che una di queste persone informasse su di me, e informare era quasi un passatempo russo.

I miei conoscenti esacerbavano le mie preoccupazioni dicendomi di radermi la barba: io attiravo la catastrofe, dicevano, soltanto camminando per le strade. Arrivai al punto che se un estraneo mi guardava due volte ero sicuro che mi stava controllando. Se camminando sentivo gli occhi di qualcuno su di me giravo su un’altra strada e tornavo a casa per vie traverse. Ero perseguitato da queste fantasie. Anche se sapevo che la maggior parte delle volte non c’era nessuno, le mie paure erano talmente incontrollabili che non potevo fare a meno di reagire come facevo. Questo è il modo in cui vissi per i vent’anni seguenti.

Il mio tipico saluto quando mi separavo da mia moglie era: “che Hashem mi aiuti a tornare a casa!” A causa delle mie preoccupazioni avevo paura di fare qualsiasi cosa che fosse illegale. Avevo paura che se mi avessero trovato colpevole di un crimine avrebbero scoperto anche tutte le mie altre attività “illegali”. E se mi avessero arrestato, un terribile fato era certamente in serbo per me. Che sarebbe successo ai miei figli e cosa ne sarebbe stato della loro istruzione? Senza la mia presenza che possibilità avrebbero avuto di crescere nel timore di D-o e diventare ebrei istruiti? Così, nonostante che quasi tutti in Russia erano coinvolti in qualche speculazione illegale per aiutarsi a sopravvivere nonostante l’inflazione e i bassi salari, io mi tenevo lontano anche dal minimo atto illegale. I miei conoscenti ridevano delle mie paure. “Stai torturando te stesso e la tua famiglia,” mi dicevano.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Robba de Piazza

19 Dicembre, 2009 di ravblog

Robba de Piazza

L’Otto Vincente

18 Dicembre, 2009 di ravblog

Chanucchiòt mobili a Manhattan…e una a Parigi

paris

Carino il gioco di parole…si tratta appunto del numero otto e non del lotto…

Questo sabato, l’ottavo giorno di Chanuccà, è conosciuto nella letteratura rabbinica con il nome “Zot Chanuccà” che si traduce con “questa è Chanuccà”. Traduzione letterale ma non chiara e insufficiente… che cosa vuol dire?

Ebbene, come per tutte le cose, vi è una spiegazione semplice ed altre più profonde.

Durante i giorni di Chanuccà si legge il brano della Torà nominato “Chanuccàt haMizbeach”, ossia quello che descrive le offerte dei capitribù fatte nel momento della dedica dell’altare e del Tabernacolo (chanuccà significa inaugurazione e dedica).

Visto che i maccabei liberarono e ridedicarono il Santuario, i Maestri hanno deciso che questa è la lettura più adatta per questi giorni.

L’ottavo ed ultimo giorno di Chanuccà ha una lettura che inizia con le parole “Zot Chanuccàt hamizbeach…”, ossia “questo è [il reso conto] della dedica dell’altare”… e si procede ad elencare tutte le offerte effettuate durante quei giorni.

Questo è quindi il semplice motivo per il quale ci si riferisce a questo ultimo giorno di Chanuccà con il nome “zot Chanuccà”.

Cerchiamo di approfondirne un po’ il significato. Il numero otto, secondo la mistica, rappresenta ciò che è nascosto, ciò che non è visibile all’occhio perché trascende i limiti della natura. Perché proprio il numero otto? Semplice! Il ciclo della creazione e dell’esistenza, quindi dei limiti, è rappresentato dal numero sette (il ciclo della settimana che deriva dai sette giorni di creazione-riposo che tutti i popoli conoscono e rispettano).

La parola “zot” (questa) indica piuttosto ciò che è visible e quindi indicabile.

Arrivati all’ottavo giorno di Chanuccà, al culmine del miracolo, si vive una situazione positivamente paradossale: Si tratta di un miracolo che trascende i limiti della natura ma al tempo stesso è vissuto ed è visibile a tutti. “Zot” – possiamo indicare il miracolo, svelare ciò che normalmente rimane celato.

La stessa parola, “zot”, indica anche il patto della Milà (“zot beritì”) che si effettua l’ottavo giorno dalla nascita… anche qui si tratta di un patto che trascende l’esperienza conscia umana e la logica, per arrivare ad un legame che esiste sempre e nonostante qualuqnue ostacolo cerchi di distruggerlo.

Ci sarebbe ancora da approfondire ma per ora vi auguro un buon “Zot Chanuccà”!

Di rav Shalom Hazan


Cari Amici,

Che settimana piena di attività abbiamo passato!

La tradizionale mega-accensione della Chanucchià gigante in Piazza Barberini è stata un grande successo nonostante la pioggia. Con la presenza del Sindaco di Roma e centinaia di persone che cantavano Hanerot Hallalu è stato anche un momento di grande ispirazione. Clicca qui per leggere un’articolo e vedere un filmino e le fotografie.

Chanuccà al Parco Morelli è stato festeggiato nonostante anche qui, di lunedì, ci fosse una pioggia e un freddo che molti hanno preso in considerazione rimanendo a casa ma per i pochi che sono accorsi alla festa c’è stato un gran divertimento! Le giostre, i sevivonìm fatti con i CD (incuriositi?), la chanucchià grande e i regali…

Mercoledì abbiamo festeggiato la nascita di Leah, che porta il nome della bisnonna Leah Chazan (madre di rav Yitzhak). Il nonno ha descritto un po’ del grande sacrificio della madre nel crescere una famiglia osservante delle Mitzvòt nella Russia comunista. Si è augurato che la piccola Leah cresca in questo spirito e sia degna del nome che porta.

Adesso guardiamo un po’ in avanti verso la prossima settimana…

Il Tempio Colli Portuensi, il Circolo Ricreativo Le Palme e l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma presentano:

palmeassessorato

“Gli Ebrei a Roma – Una Storia Lunga 2000 Anni”

Due serate dedicate a questo tema si svolgeranno al Tempio dei Colli Portuensi il 22 e il 23 dicembre alle ore 20,30.

Il 22 dicembre avremo l’onore di ospitare il Circolo Ricreativo Le Palme che si esibirà con delle scenette umoristiche in Giudaico Romanesco.

“Robba de Piazza” – Alcune scene del lavoro teatrale a cura del prof. Alberto Pavoncello.

La sera del 23 dicembre si presenteranno dei brevi interventi sul tema della presenza millennaria degli ebrei a Roma.

Interverranno:

On. Federico ROCCA – Consigliere del Comune di Roma

Dott. Sergio TERRACINA – Professore ed Architetto
“Sinagoghe a Roma: dalle “cinque scole” al “Tempio maggiore”

Dott. Raffaele PACE – presidente Ebraismo e Dintorni
“Dal ghetto alla città”

Rav Shalom HAZAN – rabbino e direttore Ass. Centro Ebraico di Monteverde
“L’ebraismo romano antico sotto la lente internazionale”

Speriamo di vedervi!

Shabbat Shalom e buona fine di Chanuccà!
Rav Shalom e Chani Hazan

Sintesi della Parashà

Miketz

Genesi 41,1-44,17

La prigionia di Yosèf termina quando il Faraone sogna sette mucche grasse che vengono divorate da sette mucche magre e sette covoni di grano grassi che vengono ingoiati da sette covoni magri.

Yosèf interpreta i sogni spiegando che ci saranno sette anni di abbondanza seguiti da altrettanti Egli sposa Osnat, figlia adottiva di Potifar, con la quale ha due figli, Menashé ed Efraim.

Dieci dei fratelli di Yosèf vengono in Egitto per procurare grano, il minore, Binyamín, rimane col padre che teme per la sua incolumità. Yosèf riconosce i fratelli senza essere riconosciuto e li accusa di spionaggio, imprigionando Shimon come ostaggio e insistendo che portino Binyamìn in Egitto.

Ya’acòv permette al figlio minore di partire solo dopo che Yehudà ne assume la responsabilità. I fratelli vengono accolti gentilmente da Yosèf che li invita a mangiare con lui. Egli fa mettere una sua coppa nella sacca di Binyamìn che di conseguenza viene arrestato. Yosèf offre di lasciare i fratelli liberi tranne Binyamìn che dovrà rimanere come suo schiavo.

Tratto dal sito chabad.org, traduzione di Chani Benjaminson per chabadroma.org e pensieriditora.it

Chabad Lubavitch di Monteverde
18 dicembre 2009 – 1 Tevet 5770

Cari Amici,

Che settimana piena di attività abbiamo passato!

La tradizionale mega-accensione della Chanucchià gigante in Piazza Barberini è stata un grande successo nonostante la pioggia. Con la presenza del Sindaco di Roma e centinaia di persone che cantavano Hanerot Hallalu è stato anche un momento di grande ispirazione. Clicca qui per leggere un’articolo e vedere un filmino e le fotografie.

Chanuccà al Parco Morelli è stato festeggiato nonostante anche qui, di lunedì, ci fosse una pioggia e un freddo che molti hanno preso in considerazione rimanendo a casa ma per i pochi che sono accorsi alla festa c’è stato un gran divertimento! Le giostre, i sevivonìm fatti con i CD (incuriositi?), la chanucchià grande e i regali…

Mercoledì abbiamo festeggiato la nascita di Leah, che porta il nome della bisnonna Leah Chazan (madre di rav Yitzhak). Il nonno ha descritto un po’ del grande sacrificio della madre nel crescere una famiglia osservante delle Mitzvòt nella Russia comunista. Si è augurato che la piccola Leah cresca in questo spirito e sia degna del nome che porta.

Adesso guardiamo un po’ in avanti verso la prossima settimana…

Il Tempio Colli Portuensi, il Circolo Ricreativo Le Palme e l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma presentano:

palmeassessorato

“Gli Ebrei a Roma – Una Storia Lunga 2000 Anni”

Due serate dedicate a questo tema si svolgeranno al Tempio dei Colli Portuensi il 22 e il 23 dicembre alle ore 20,30.

Il 22 dicembre avremo l’onore di ospitare il Circolo Ricreativo Le Palme che si esibirà con delle scenette umoristiche in Giudaico Romanesco.

“Robba de Piazza” – Alcune scene del lavoro teatrale a cura del prof. Alberto Pavoncello.

La sera del 23 dicembre si presenteranno dei brevi interventi sul tema della presenza millennaria degli ebrei a Roma.

Interverranno:

On. Federico ROCCA – Consigliere del Comune di Roma

Dott. Sergio TERRACINA – Professore ed Architetto

Sinagoghe a Roma: dalle “cinque scole” al “Tempio maggiore

Dott. Raffaele PACE – presidente Ebraismo e Dintorni

Dal ghetto alla città

Rav Shalom HAZAN – rabbino e direttore Ass. Centro Ebraico di Monteverde

L’ebraismo romano antico sotto la lente internazionale

Speriamo di vedervi!

Shabbat Shalom e buona fine di Chanuccà!

Rav Shalom e Chani Hazan

Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 4-5 dicembre:

11 dicembre venerdì sera: 16,20

12 dicembre shabbàt mattina: 09,30

12 dicembre shabbàt pomeriggio: 16,15

Il Kiddush è offerto dalla famiglia Sabatello in onore della laurea di David Di Veroli
Hazzak!

Per offrire il Kiddush delle prossime settimane gentilmente contattare rav Shalom al 3927785792 o rispondendo a questa mail!
Grazie!


Gli incontri della settimana

mini-lezione 1:

venerdì sera tra Minchà e ‘Arvìt: lezione di Halachà

mini-lezione 2:

Shabbàt mattina prima della Tefillà lezione sul significato delle preghiere

Shabbàt pomeriggio dopo minchà:

lezione con rav Bahbout che parlerà della difficoltà provata dai fratelli di Yossef nel giustificarsi per il “furto” della sua coppa…

martedì 22 dicembre ore 20,30: Scenette in Giudaico Romanesco, Le Palme – vedi sopra

mercoledì 23 dicembre ore 20,30: “Gli Ebrei a Roma – Storia Lunga 2000 Anni” – vedi sopra

L’Otto Vincente

Carino il gioco di parole…si tratta appunto del numero otto e non del lotto…

Questo sabato, l’ottavo giorno di Chanuccà, è conosciuto nella letteratura rabbinica con il nome “Zot Chanuccà” che si traduce con “questa è Chanuccà”. Traduzione letterale ma non chiara e insufficiente… che cosa vuol dire?

Ebbene, come per tutte le cose, vi è una spiegazione semplice ed altre più profonde.

Durante i giorni di Chanuccà si legge il brano della Torà nominato “Chanuccàt haMizbeach”, ossia quello che descrive le offerte dei capitribù fatte nel momento della dedica dell’altare e del Tabernacolo (chanuccà significa inaugurazione e dedica).

Visto che i maccabei liberarono e ridedicarono il Santuario, i Maestri hanno deciso che questa è la lettura più adatta per questi giorni.

L’ottavo ed ultimo giorno di Chanuccà ha una lettura che inizia con le parole “Zot Chanuccàt hamizbeach…”, ossia “questo è [il reso conto] della dedica dell’altare”… e si procede ad elencare tutte le offerte effettuate durante quei giorni.

Questo è quindi il semplice motivo per il quale ci si riferisce a questo ultimo giorno di Chanuccà con il nome “zot Chanuccà”.

Cerchiamo di approfondirne un po’ il significato. Il numero otto, secondo la mistica, rappresenta ciò che è nascosto, ciò che non è visibile all’occhio perché trascende i limiti della natura. Perché proprio il numero otto? Semplice! Il ciclo della creazione e dell’esistenza, quindi dei limiti, è rappresentato dal numero sette (il ciclo della settimana che deriva dai sette giorni di creazione-riposo che tutti i popoli conoscono e rispettano).

La parola “zot” (questa) indica piuttosto ciò che è visible e quindi indicabile.

Arrivati all’ottavo giorno di Chanuccà, al culmine del miracolo, si vive una situazione positivamente paradossale: Si tratta di un miracolo che trascende i limiti della natura ma al tempo stesso è vissuto ed è visibile a tutti. “Zot” – possiamo indicare il miracolo, svelare ciò che normalmente rimane celato.

La stessa parola, “zot”, indica anche il patto della Milà (“zot beritì”) che si effettua l’ottavo giorno dalla nascita… anche qui si tratta di un patto che trascende l’esperienza conscia umana e la logica, per arrivare ad un legame che esiste sempre e nonostante qualuqnue ostacolo cerchi di distruggerlo.

Ci sarebbe ancora da approfondire ma per ora vi auguro un buon “Zot Chanuccà”!

Di rav Shalom Hazan

Sintesi della Parashà

Miketz

Genesi 41,1-44,17

La prigionia di Yosèf termina quando il Faraone sogna sette mucche grasse che vengono divorate da sette mucche magre e sette covoni di grano grassi che vengono ingoiati da sette covoni magri.

Yosèf interpreta i sogni spiegando che ci saranno sette anni di abbondanza seguiti da altrettanti Egli sposa Osnat, figlia adottiva di Potifar, con la quale ha due figli, Menashé ed Efraim.

Dieci dei fratelli di Yosèf vengono in Egitto per procurare grano, il minore, Binyamín, rimane col padre che teme per la sua incolumità. Yosèf riconosce i fratelli senza essere riconosciuto e li accusa di spionaggio, imprigionando Shimon come ostaggio e insistendo che portino Binyamìn in Egitto.

Ya’acòv permette al figlio minore di partire solo dopo che Yehudà ne assume la responsabilità. I fratelli vengono accolti gentilmente da Yosèf che li invita a mangiare con lui. Egli fa mettere una sua coppa nella sacca di Binyamìn che di conseguenza viene arrestato. Yosèf offre di lasciare i fratelli liberi tranne Binyamìn che dovrà rimanere come suo schiavo.

Tratto dal sito chabad.org, traduzione di Chani Benjaminson per chabadroma.org e pensieriditora.it

Chanucchiòt mobili a Manhattan…e una a Parigi

paris

La Cortina di Ferro Si Chiude

11 Dicembre, 2009 di ravblog

Yisrael fu poi portato in Romania e fatto lavorare per i tedeschi per un anno e mezzo, fino a che i tedeschi cominciarono la ritirata. Allora i tedeschi ammassarono tutti i prigioneri su un treno merci e fuggirono. Yisrael fu ammucchiato insieme a numerosi prigionieri, alcuni dei quali avevano collaborato con i nazisti. Questi in qualche modo riuscirono a trovare una sega, e fecero un buco nel pavimento del treno. Molti di questi, che erano stati collaboratori dei nazisti, avevano paura che, anche se fossero sfuggiti ai nazisti, i russi gliel’avrebbero fatta pagare per le loro attività antiebraiche; perciò aiutarono Yisrael a scappare, sperando che questa azione avrebbe contato in loro favore. Si calò attraverso il buco sotto il treno e rimase sdraiato tra i binari in un terreno abbandonato. Il treno sparì dietro di lui. Era ormai un uomo libero! Ma ora che fare?

Cominciò  a camminare verso Odessa, sperando di trovare suo padre, ma nella città  non c’era più nessuno che lui conoscesse. Alla fine, venendo a sapere che aveva dei parenti che erano fuggiti in Uzbekistan, era venuto lì sperando di trovarci. Raggiunse la nostra casa alla fine del 1945.

Lo prendemmo subito con noi, e mia moglie lo curò fino a farlo tornare lentamente in salute. La forte fede che lo aveva sostenuto prima della guerra ora lo aiutò a riprendersi dalle sue strazianti esperienze. Siccome aveva già vent’anni, e non aveva famiglia né casa, eravamo tutti d’accordo che i tempi fossero maturi per un suo matrimonio. Conoscevamo una bella ragazza religiosa che era anche lei orfana. Yisrael la sposò e si fece una casa sua.

Verso la fine della guerra i profughi ebrei provenienti dalla Polonia cominciarono a lasciare la Russia. Tornarono in Polonia e da lì molti proseguirono per la Palestina o l’America. Molti ebrei russi, inclusi i membri della nostra famiglia, tentarono di uscire anche loro. Mio cognato si era fatto passare per tutto quel tempo per uno dei profughi dalla Polonia. I russi non avevano nessuna documentazione su di lui, dal momento che era entrato in clandestinità, e quindi riuscì a mischiarsi con i molti profughi religiosi. Una volta l’NKVD lo prese e chiese di vedere i suoi documenti, ma una generosa tangente gli permise di scamparla. Alla fine della guerra comprò documenti falsi polacchi ed entrò in Polonia senza difficoltà.

Intorno a quel tempo si unì a noi mia suocera, che aveva passato la guerra con la figlia più piccola. Ora però la figlia era scappata attraverso il confine. Sua madre, malata e debole per una malattia dello stomaco, non poteva rischiare un viaggio così arduo.

Quanto a me, non vedevo nessun modo per uscire dalla Russia, essendo ufficialmente schedato in tutti i loro registri. Come ultima possibilità, decisi di seguire la via di molti chassidim di Chabad – andare a Lemberg (Lvov), vicino al confine polacco, e corrompere dei poliziotti per passare segretamente il confine. Sembrava l’unica soluzione. Yisrael Friedman e sua moglie decisero di accompagnarmi.

Con mio grande dispiacere dovetti chiudere tutti i chadorim, perché, con i chassidim di Chabad ormai partiti, non avevo fondi per tenerli aperti. Non avevo altra scelta che fuggire, perché se fossi stato preso sarei stato certamente messo a morte come disertore e controrivoluzionario. Questo era vero anche quando i chadorim erano operanti, ma almeno allora rischiavo la vita per una buona causa.

Andammo tutti via dall’Uzbekistan, che era stato la casa della nostra famiglia estesa per cinque anni, con il cuore pesante. Nostro cognato Reb Dov Slobodiansky, cui noi tutti dovevamo la vita, non era con noi. Fu il solo membro della famiglia tra quelli che stavano in Uzbekistan che non sopravvisse alla guerra.

La nostra destinazione era Lemberg, ma lungo la strada ci fermammo a Mosca, dove affittai una stanza in una casa nel sobborgo di Reutovo per una settimana. Era prima di Rosh Hashanà del 1946. Con me c’erano mia moglie, mia suocera e le mie tre figlie. Stavo per comprare i biglietti per Lemberg, quando i chassidim di Chabad ricevettero un telegramma da Lemberg che “i parenti a Lemberg si sono ammalati.” Questo era un messaggio in codice che voleva dire che le autorità avevano catturato dei chassidim mentre cercavano di passare attaraverso il confine. Ora i controlli sarebbero stati rafforzati e sarebbero stati all’erta per individuare gli ebrei religiosi.

Con Lemberg ormai fuori questione, non avevamo altra scelta che restare a Mosca. Così iniziò un periodo, durato vent’anni, di lotte per poter osservare lo Shabbat e per poter educare i nostri figli, in mezzo a privazioni e a grandi rischi personali.

La stanza che avevamo affittato era in realtà l’ingresso di una casa, all’incirca due metri e mezzo per tre metri e mezzo. Era nuda. I proprietari, una vedova con i suoi due bambini, erano costretti a passare attraverso questo ingresso per uscire e rientrare in casa.

Quando decidemmo di restare a Mosca ci diedero due armadi, un forno portatile e una stufa a kerosene. Avevamo disperatamente bisogno della stufa, perché la stanza era malamente isolata: già a settembre soffrivamo per le ventate fredde che soffiavano attraverso le crepe. Quando poi arrivò l’inverno, il freddo divenne insopportabile, ma non potevo neanche pensare di spostarmi: nonostante avessi trovato presto il lavoro, guadagnavo a mala pena quanto bastava per comprare da mangiare.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Educazione: Casa o Scuola?

27 Novembre, 2009 di ravblog

Chi ha la responsabilità maggiore nell’educare le nostre prossime generazioni, i genitori o i maestri? La casa o la scuola? Mentre la logica ci detta che sono i genitori coloro che dovrebbero assumere la maggiore responsabilità, le azioni del pubblico parlano un’altra lingua. Scuola, programmi dopo-scuola, babysitter, PlayStation e Wii, fanno sì che genitori a volte vivono vite paralleli che si incrociano sempre di meno.

Questa settimana leggiamo il racconto di Giacobbe, Ya’akòv, esce dalla propria casa per arrivare in un paese per lui nuovo e strano. Arrivato alla città dello zio Labano, la città di Charàn, Ya’acòv non trova nessuna persona di fiducia. Suo zio, Lavàn, lo aveva ingannato. Lui comunque non perse la sua fede in D-o

Per molti anni lavorò duro e alla fine venne ricompensato, anche con la ricchezza, ma più importantemente con figli che seguono la via del loro padre, del nonno Yitzchàk e del bisnonno Avrahàm.

Da questa storia emerge un fatto sorprendente. Avrahàm ebbe un figlio che lo seguì ma anche un’altro che non lo fece, Yishmaèl. Anche Yitzchàk ebbe un figlio, Esaù, che non seguù la strada da lui indicata Sia Avrahàm che Yitzchàk allevarono i propri figli nella Terra Santa ma ciò non funse da garanzia per il loro benessere spirituale. I figli di Ya’acòv, da’altro canto, nacquero in “esilio”. Egli lavorava molto, anche di notte, e al tempo stesso dovette stare attento all’educazione dei figli e delle figlie in un ambiente estraneo che non conosceva il modo di vita di Avrahàm e Yitzchàk.

Nonostante tutto ciò, è proprio lui che meritò una progenia di giusti. La storia di Ya’acòv si rispecchia anche nella storia dei suoi nipoti in tutte le generazioni. Non è tanto il luogo nel quale ci troviamo quando il comportamento e il modo di vita che portiamo avanti che garantisce la continuità.

La Terra Santa di per sé non garantisce la santità dei suoi abitanti. Genitori che hanno la saggezza di trovare più tempo per i propri figli hanno poi la possibilità di godere di una posterità che li porta onore in qualunque luogo si trovino.

di rav Shalom Hazan

Yisrael, Unico Superstite

26 Novembre, 2009 di ravblog
Continua da la Creazione, Versione Sovietica
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?

I chadorim durarono fino a settembre del 1946, e cioè per tutto il tempo in cui i chassidim di Chabad ed io rimanemmo a Tashkent. Non avemmo mai uno spiacevole incidente, grazie alle strette misure di sicurezza che avevamo adottato. È anche possibile che le autorità abbiano scelto di chiudere un occhio finché c’erano in Russia i profughi dalla Polonia, pensando: “Non sono il nostro popolo, sono polacchi.”

Molti dei bambini che hanno studiato nei nostri chadorim stavano ancora osservando tutte le mitzvot che potevano, quando emigrarono dalla Russia trent’anni dopo. Alcuni di quelli che si sono stabiliti in America e in Eretz Israel hanno perfino mandato i loro figli nelle yeshivot.

Nel 1945, dopo che i russi erano avanzati in Polonia, incontrammo alcuni ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Avevano terrificanti storie da raccontare. Ormai non potevo avere più dubbi su quello che era avvenuto ai membri della mia famiglia.

Una notte sognai mia madre che stava in piedi davanti a me. Tremando le chiesi cosa era successo a mio fratello. “È stato ucciso,” rispose, e poi scomparve.

In un altro sogno, nel 1945, vidi che dormivo in un’aula vuota di un cheder. Mio padre e mio fratello erano sdraiati dietro di me. Desideravo parlare con loro, ma non potè uscirmi neanche una parola. Alla fine, sforzandomi, dissi: “Cosa è successo?”

“Ci hanno torturati.”

Io chiesi: “Quando?”

Rosh Chodesh Elul.”

“Di giorno o di notte?”

Mio padre disse: “Di notte,” ma mio fratello rispose: “era ancora giorno.”

Mi svegliai scosso e andai dal Rebbe di Machnovka, Reb Avraham Yehoshua Heschel Twersky, a cui avevo già chiesto consiglio altre volte.

“Devo osservare Rosh Chodesh Elul come yahrzeit (anniversario, ndt),” gli chiesi, “anche se non mi è giunta nessuna notizia certa della loro morte?”

Il Rebbe pensava che fosse ancora troppo presto per definire una data. Io decisi di osservare Rosh Chodesh Elul come yahrzeit provvisorio, con gli yahrzeit futuri dipendenti dalle notizie che avrei potuto ricevere.

Quando giunsi a Mosca alla fine dell’estate del 1946, incontrai amici originari di Zevihl che portarono notizie devastanti. L’intera comunità ebraica di Krasnostav era stata spazzata via il sei di Elul. Solo due bambine erano sopravvissute, la figlia di Velvel Kelrich e la figlia del gabbai Yerachmiel. Erano scappate nella foresta vicina. Gli ottocentocinquanta ebrei della nostra città erano stati uccisi in una fossa. Perfino una famiglia che si era convertita prima della guerra fu uccisa insieme agli altri. Anni dopo, la figlia di Kelrich mi disse che subito prima dell’esecuzione mio padre aveva parlato con sentimento a tutti gli ebrei e che lui era stato il primo a essere colpito dai proiettili.

L’angoscia che provai fece dolere il mio cuore per molti mesi. Avevo già saputo che mio cognato Lezar Pinski era morto di tifo a Mosca. Di tutta la mia intera famiglia, ero l’unico rimasto.

Nel mezzo dell’inverno del 1945 sentii bussare alla porta. Davanti a me stava un estraneo sfinito, smunto, pallido e dall’aspetto malato.

“Aaron!” disse. “Grazie a D-o ti ho trovato!”

Fissai l’uomo, che per me era completamente irriconoscibile.

“Sono io, Yisrael Friedman, il figlio del fratello di tua moglie,” disse.

Israele, 2008: Yisrael Friedman mentre scrive una lettera in un Sefer Torà dedicato alla memoria dell'autore

“Yisrael, do-dov’è tua madre… Aarele… dove sono i tuoi fratellini?”

“Aaron… sono l’unico rimasto.”

Pur avendo solo vent’anni, ne dimostrava trentacinque: era talmente estenuato!

Ciascuno di noi l’unico sopravvissuto della sua famiglia, ci abbracciammo e piangemmo.

Portai Yisrael in casa, dove mia moglie gli offrì del cibo. Entrambi piangevamo per lui. Che brutto aspetto aveva, com’era gonfio per la fame, e che orrori erano accaduti alla sua famiglia! Le terribili sofferenze che aveva passato lo avevano fatto invecchiare. Era debole per mancanza di cibo, per il duro lavoro e le percosse.

Yisrael raccontò che poco dopo che i tedeschi avevano occupato Odessa, i partigiani avevano fatto esplodere il palazzo centrale del G.P.U., che veniva usato come quartier generale dei tedeschi, uccidendo decine di soldati nazisti. Per rappresaglia i tedeschi avevano riunito decine di migliaia di ebrei e li avevano massacrati in massa. Aarele era morto in quel massacro.

Poi i tedeschi cominciarono ad effettuare retate nelle case per reclutare i giovani per il lavoro forzato. Yisrael, che aveva sedici anni, fu preso, insieme col figlio di un loro vicino e altri cinquanta. Fecero un duro lavoro per i tedeschi per tutto quel giorno. In quel fatale primo pomeriggio, tuttavia, fu scoperto che uno dei giovani era scappato. I tedeschi decisero di punire tutti di quel gruppo: li portarono a uno stretto fosso e fecero inginocchiare i ragazzi dentro il fosso. Yisrael si era preparato e stava già dicendo lo Shemà e il Viddui, quando cominciarono i colpi. Il sangue cominciò a sgorgare, e presto riempì il canale raggiungendo il collo dei ragazzi. Poi i tedeschi si avvicinarono e colpirono ogni testa con il calcio del fucile per vedere se qualcuno di loro era ancora vivo. Soddisfatti del lavoro compiuto, se ne andarono.

Yisrael miracolosamente non fu colpito, ma era troppo spaventato per muoversi. Aspettò diverse ore prima di tirar fuori con cautela la testa dal fosso. Il campo era completamente deserto, eccetto per qualcosa di molto lontano: i tedeschi stavano svuotando una raffica di proiettili su un altro gruppo di vittime. Abbassò subito la testa e rimase nel fosso fino a che non fu più in vista nessun tedesco. Alla fine uscì lentamente e controllò gli altri corpi nel fosso. Erano tutti morti eccetto un ebreo che era stato gravemente ferito. Yisrael lo aiutò a uscire e lo sorresse finché l’uomo zoppicò fino a casa.

Lungo la via incontrarono una donna non ebrea e la pregarono di dare loro vestiti puliti, perché i loro erano impregnati di sangue. Ma la donna fuggì. Non c’era nessun altro per strada. Yisrael lasciò l’uomo a casa sua e tornò presso la sua famiglia. Entrando nel cortile incontrò la madre dell’altro ragazzo che era stato reclutato con lui.

“Dove eravate?” ella chiese ansiosa.

“Io ero nel mattatoio,” lui mormorò evasivamente. “Non hanno lasciato andare tutti a casa.”

“Se li corrompo,” disse lei, “pensi che lasceranno venire a casa mio figlio?”

Yisrael non sapeva cosa dirle. Lui era stato il suo unico figlio.

Yisrael stette attento a non incappare in ulteriori retate nelle case. I fratelli più  piccoli stavano di guardia, e quando i tedeschi si avvcinavano, si nascondeva dietro un armadio. Alla fine venne il giorno in cui tutti i rimanenti ebrei furono riuniti e costretti a marciare in quello che sembrava un viaggio senza fine. Con minime razioni di cibo e nessuna assistenza medica, lo sforzo fisico si rivelò eccessivo per i prigioneri, già emaciati e deboli. Uno alla volta, i fratelli di Yisrael morirono. Yisrael era stato l’unico superstite.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Sfogarsi o Non Sfogarsi?

19 Novembre, 2009 di ravblog

Il sig. Rossi tra poco arriverà a casa tardi dopo una giornata di lavoro. Ormai è “stracotto” ed è pronto a rilassarsi…sfogandosi con la propria moglie dal momento che varca la soglia della porta.

La sig.ra Rossi, stanca anche lei da una giornata di lavoro ed altri impegni, aspetta l’arrivo del marito per rilassarsi..sfogandosi con lui.

Basta leggere questo e sappiamo già come andrà a finire la serata a casa Rossi…

E’ giusto sfogarsi con il prossimo? E’ legittimo considerare il proprio marito / la propria moglie un bersaglio sul quale lanciare il proprio sfogo?

Secondo il Rebbe di Lubavitch un’episodio raccontato nella Parashà di questa settimana allude ad una risposta a questa domanda.

Rivkà (Rebecca) rimane incinta dopo molti anni di attesa solo per vivere una gravidanza estremamente difficile. Non sapendo come interpretare questa benedizione coperta di grande difficoltà, Rivkà và alla ricerca di qualche indicazione profetica per trovare un po’ di tranquillità.

Secondo le fonti midrashiche (riportate anche da Rashì in loco) Rivkà si reca dai maestri Shem (figlio di Noach) ed ‘Ever (nipote di Shem) i quali trasmettevano fedelmente la tradizione divina trasmessa da Adamo ed Eva fin dall’inizio di tutto.

Fatto alquanto strano dato che Shem non risiedeva nelle immediate vicinanze, suggerendo quindi che Rivkà abbia intrapreso un viaggio per consigliarsi con esso, nonostante abbia “dentro casa” la possibilità di consultarsi con due grandi potenze spirituali nelle persone di Abramo ed Isacco!

Questo racconto ci indica, secondo il Rebbe in un suo commento sulla Parashà, quanto sia importante considerare attentamente i sentimenti degli altri, sopratutto le persone che ci sono più vicine. La disperazione di Rivkà avrebbe potuto recare un profondo dispiacere al marito. Lei evita quindi di coinvolgerlo e cerca una risposta altrove.

Il sig. Rossi bussa* alla porta ed entra sorridente. “Com’è andata la tua giornata, cara?” “Abbastanza bene”, gli risponde la sig.ra, “vogliamo cenare prima? Poi ci sarà tempo per parlarne”…

di rav Shalom Hazan

*Non è un errore: secondo la Halachà (legge ebraica) anche entrando nella propria casa bisognerebbe bussare o comunque pre-annunciare la propria presenza, per evitare di cogliere di sorpresa chi si trova a casa.

La Creazione, Versione “Sovietica”

19 Novembre, 2009 di ravblog
Continua da Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?

Sia il rebbe [maestro. NDR] sia i bambini sapevano perfettamente che insegnare e studiare in un cheder era severamente proibito, ed erano preparati su cosa fare in caso di una visita inaspettata. Ciascun cheder aveva un posto segreto dove nascondere i libri ebraici e un posto dove venivano tenuti dei giocattoli da usare in caso di bisogno. Un giorno d’inverno un intelligente ragazzo di quattordici anni si accorse che ufficiali dell’NKVD si stavano avvicinando al palazzo: in un attimo le Ghemarà sparirono, il ragazzo trascinò un albero di tronchetto rinsecchito dall’angolo e, quando gli ufficiali entrarono nella stanza, trovarono una folla di bambini che spingevano Reb Zalman Leib verso un albero di tronchetto, prendendolo in giro e dicendo: “Guarda! Abbiamo trovato un Babbo Natale!”

“Vergognatevi!” li rimproverarono gli ufficiali, “non avete altro da fare che torturare un vecchio? Lasciatelo stare!”

Loro cessarono la recita, e gli ufficiali se ne andarono soddisfatti.

Una volta accadde che il Rav di Charkov e suo genero Reb Yaakov Friedman ci mandarono il figlio di un loro amico e vicino. Il giorno dopo il bambino portò con sé un amico. Qualche giorno dopo la nonna del secondo bambino, una donna proveniente dalla Polonia, venne e domandò a Reb Asher Zelig: “Il governo vi ha dato il permesso di insegnare il queste condizioni? Guardate questa stanza! È antigienica! E guardate! Questi testi sono vecchi e ammuffiti. È così che insegnate a dei bambini? Se non mi fate vedere la vostra licenza di insegnamento dovrò parlare di voi alle autorità.”

Reb Asher Zelig si impaurì e disse alla donna che avrebbe chiuso il cheder dopo pochi giorni comunque. Smise di insegnare e venne a parlare con me: “Temo che presto ci sarà una delazione su di noi!”

“Aspetta un attimo,” gli risposi, “sistemeremo le cose.”

Dissi a Reb Yaakov di dire ai genitori del suo vicino che il cheder era stato chiuso e di non mandare più i due ragazzi. Pochi giorni dopo riaprimmo e tenemmo aperto il cheder fino a quando i profughi ripartirono dopo la guerra.

Nel cheder c’era un giovane proveniente dalla Russia chiamato Kogan. Sua madre era cognata di Aaron Kaganovich, fratello di Lazar Kaganovich, uno dei principali consiglieri di Stalin. Suo marito era stato un famoso leader comunista, ma Stalin lo aveva brutalmente assassinato durante le purghe del 1938, e lei era scappata a Tashkent con suo figlio durante la guerra. Considerando le sue parentele, avevamo paura di ammettere suo figlio sedicenne nel nostro cheder, ma le nostre paure si rivelarono infondate: dopo che questa donna aveva visto come i suoi stessi fratelli e sua sorella non avevano fatto niente per salvare suo marito che era stato condannato ingiustamente, era divenuta amaramente delusa del comunismo.

Nel cheder suo figlio progredì rapidamente e raggiunse rapidamente il livello in cui avrebbe potuto studiare Ghemarà. A quel punto decise immediatamente di farsi circoncidere. Vedendolo in tali dolori dopo l’operazione, sua madre cominciò a piangere, ma lui le diede la mano e disse: “Di chi è la colpa del fatto che devo affrontare tutto questo adesso?”

Questo giovane continuò per molto tempo a studiare con Reb Zalman Leib.

Per verificare i progressi dei bambini, andavo spesso nei chadorim armato di un pacco di caramelle. Una volta visitai il cheder di via Sutzgorodok dove insegnava Reb Asher Zelig. Essendo il nipote dello tzaddik Reb Shmuel di Kaminka, Reb Asher conosceva molto bene il russo, il che era un considerevole vantaggio perché i bambini dai sei agli otto anni non sapevano l’yiddish. Aveva cominciato insegnando ai bambini l’alef-bet ed era andato avanti con lo studio del Chumash.

Chiesi ai bambini nella sua classe: “in quanti giorni Hashem ha creato il mondo?” “Sei!” risposero. “E quando si riposò?” “Il settimo giorno”. “Molto bene,” sorrisi. “E ora sapete dirmi cosa fu creato in ciascun giorno?”

Gli alunni cominciarono a contare sulle dita mentre recitavano: “Il lunedì Hashem ha creato il cielo e la terra e la luce; il martedì ha creato le acque…”

C’era qualcosa di sbagliato. Di domenica Hashem aveva creato il cielo e la terra, il lunedi le acque, etc. Avevano spostato in avanti il conto dei giorni di uno.

Allora chiesi loro: “E quando Hashem si è riposato da tutto il suo lavoro?” “Di domenica!”

Rimasi sconvolto: cosa avevano studiato quest bambini? Mi voltai verso l’insegnante. “Reb Asher” gli chiesi “che cosa hai fatto? Stai insegnando loro il cristianesimo? Che cosa sta succedendo qui?”

Presto capimmo cosa era successo. Siccome non aveva insegnato loro i nomi russi dei giorni della creazione, i bambini avevano immaginato che il primo giorno della creazione fosse il primo giorno della settimana in Russia, che è il lunedì. In Russia la domenica, giorno ufficiale di riposo, è considerato l’ultimo giorno della settimana.

Fui contento di aver scoperto questo errore, che avrebbe potuto restare in questi bambini per il resto della loro vita. Per tutto quel mese Reb Asher ripassò con loro i giorni della creazione in russo, parlando intanto con i ragazzi della santità dello Shabbat, e di come si deve cessare dal lavoro in quel giorno.

Stavo intanto lavorando anche su un altro fronte, facendo entrare i bambini nel patto del nostro antenato Abramo. Per molte generazioni il brit milà era stato una delle poche pratiche ebraiche a cui anche gli ebrei assimilati non avevano rinunciato, solo negli anni del terrore comunista questa mitzvà era stata abbandonata per l’ignoranza dell’ebraismo, la paura di essere accusati di attività antisovietiche e la difficoltà di trovare un mohel. Ora, però, che il Paese era occupato nello sforzo bellico, e la persecuzione religiosa era stata temporaneamente alleviata, vedemmo l’opportunità di correggere la situazione.

Alcuni individui che si occupavano della Comunità ed io cominciammo a istruire i profughi ebrei sull’importanza di questa mitzvà. Circoncidemmo decine di bambini.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent

© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Sefer Torà ricorda Mumbai

13 Novembre, 2009 di ravblog

Questo weekend si svolge nella sede di Brooklyn la riunione annuale di circa 5,000 emissari del movimento Chabad Lubavitch nel mondo.

E’ stato scritto e inaugurato un Sefer Torah in memoria di Rav Gabriel e Rivka Holzberg, direttori del centro Chabad di Mumbai, e di tutte le vittime del massacro dell’anno scorso.

Alcune immagini della festività ieri sera a Brooklyn:

rav Yehuda Krinsky, segretario del Rebbe e attualmente direttore delle organizzazioni a capo del movimento Lubavitch, mette la corona sul Sefer.

Rav Yehuda Krinsky, segretario del Rebbe e direttore del consiglio mondiale Lubavitch, mette la corona

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Rivestimeno del Sefer
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rav Shimon Rosenberg, padre di Rivka, scrive una delle ultime lettere.

holzberg speak

rav Nachman Holzberg, padre di rav Gabi

rose hagbah

rav Rosenberg alza il Sefer (Hagbaha)

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Il Sefer viene portato con canti e balli al tempio del Rebbe

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Il Sefer Torà del Rebbe "viene incontro" a quello nuovo

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Le Hakafot (balli con tutti i Sefarìm)

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13 Novembre, 2009 di ravblog

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