Archive for the ‘Uncategorized’ Category

12 gennaio, 2018

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Serie sul Rambam da Shalom Hazan cap 1-4

La Mia Mitzvà

11 Mag, 2012

In memoria di Elie Mimmo Fadlun z”l

Durante questo periodo del conteggio dell’Omer è importante riflettere su questa mitzvà e soffermarsi sulla profondità del suo significato anche sul livello pratico.
È nella Parashà di questa settimana che troviamo il comandamento di contare sette settimane dall’indomani del primo giorno di Pesach, conteggio al culmine del quale si celebra la festa di Shavuòt (Levitico 23, 15).
La Torà ricorre alle parole “conterete per voi” dalle quali si deduce che l’obbligo del conteggio è rivolto a ciascuno personalmente: ognuno deve contare i suoi cinquanta giorni alla fine dei quali festeggia Shavuòt.
A differenza delle altre festività, la Torà non stabilisce una data per Shavuòt, fissata appunto in base al conteggio.
È quindi possibile che Shavuòt non cada nel solito sesto giorno del mese di Sivàn. Prima che fosse fissato il calendario-lunario ebraico, quando i mesi venivano santificati ed annunciati all’inizio di ogni mese a base dell’avvistamento della nuova luna, Shavuòt poteva anche cadere il cinque o il sette di Sivàn (a seconda del numero di giorni nei due mesi precedenti di Nissàn e Iyàr).
Anche oggi esiste tale possibilità: una persona che intraprende un viaggio aereo durante l’Omer passando da una data all’altra continua il proprio conteggio anche se non corrisponde a quello del luogo in cui si trova. Il suo cinquantesimo giorno non sarà quindi più il sei di Sivàn ma il cinque o il sette (a seconda della direzione da cui proviene), con la celebrazione di Shavuòt in data diversa rispetto alla comunità che lo ospita.
Qualora si festeggiasse Shavuòt il 5 o il 7 di Sivàn, non si reciterebbero le parole della preghiera che ricordano Shavuòt come “il momento del dono della Torà”, poiché quell’evento ebbe luogo il sei del mese!
Sarebbe quindi Shavuòt perché la persona ha raggiunto il culmine del conteggio dell’Omer, ma non è comunque la data del dono della Torà.
[La questione è discussa dai Poskìm (decisori di Halachà), chi scrive intende solamente esporre l’idea. Per decisioni halachiche in riguardo rivolgersi al proprio Rav].
Shavuòt racchiude dunque due aspetti: quello personale, che dipende dall’impegno individuale, e quello generale fissato dal Creatore.
Questo ci insegna, tra l’altro, che ci sono aspetti nella vita che dipendono dal nostro impegno. Ogni persona arriva a mete spirituali a seconda del percorso interiore da lui intrapreso.
La mitzvà dell’Omer non è divorziata dal concetto di collettività ma sottolinea fortemente il percorso individuale di chi la osserva. Ci ricorda che nonostante la messa in pratica delle mitzvòt mette in risalto una certa uniformità di azione, il pensiero e l’intenzione sottostante dovrebbero rimanere fortemente legati alla persona e quindi al suo percorso specifico.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע
Adattato da rav Shalom Hazan

L’Anima Instabile

27 aprile, 2012

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt unite. Entrambe trattano in gran parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano di maldicenza.

 Questa “lebbra”, messa tra le virgolette proprio perché non è vista dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

 Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

 Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nella “Accademia Celeste”: “Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedono la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?]

 “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.

 “Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

 Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chassidismo sul significato profondo della zara’at.

 L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte Divina da un lato, e dall’altro la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. La Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

 La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, un desiderio forte di lasciare il fisico, che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poiché la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti.

 In tal caso la legge considera la persona afflitta dalla zara’at

 Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

 Nel caso del dubbio, la Yeshivà Celeste preferisce dare una sentenza rigorosa, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato tale anche nel caso del dubbio.

 Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua potenza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

 di Rav Shalom Hazan 

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

9th Annual Seder for English speaking Students in Rome

1 aprile, 2012

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Massacro di Tolosa – un messaggio dalla Signora Sandler

23 marzo, 2012

Il mio cuore è spezzato. Non riesco a parlare. Non c’è un modo per esprimere il dolore divorante che risulta dall’assasinio del mio caro marito rav Jonathan e i nostri figli, Aryeh e Gavriel e di Miriam Mononego, figlia del preside della scuola Ozar Hatorah rav Yaakov e la sig.ra Monsonego.

Che nessuno debba più soffrire in questa maniera.

Siccome molti di voi, cari fartelli e sorelle in Francia e nel mondo, state chiedendo cosa potete fare per me, per la mia figlia Liora e per le anime dei miei cari marito e figli, sento che per quanto possa essere difficile, ho il dovere di rispondere alle vostre richieste.

La vita del mio marito era dedicata all’insegnamento della Torah. Ci siamo ritrasferiti al suo paese di nascita per aiutare la gioventù a scoprire la bellezza della Torah. Era un uomo veramente buono, affettuoso e altruista. Era sensibile a tutte le creature di D-o, sempre cercando il modo per scoprire la bontà negli altri.

Lui ed io abbiamo allevato Aryeh e Gavriel a vivere le vie della Torah. Chi avrebbe potuto sapere quanto brevemente avessero vissuto su questa terra, quanto breve sarebbe stato il tempo in cui sarei stata la loro madre?

Non so come io, i miei suoceri e la sorella di mio marito troveremo la consolazione e la forza per continuare, ma so che le vie di D-o sono buone e che Lui ci dimostrerà la strada e ci darà la forza per andare avanti. So che le loro anime sacre rimarranno con noi per sempre e se che molto presto arriverà il momento in cui ci riuniremo con la venuta del Mashiach.

Credo con tutto il cuore alle parole del verso “D-o ha dato, D-o ha preso; benedetto sia il nome di D-o”. Ringrazio D-o per il privilegio, quanto breve fosse, di poter allevare i miei figli assieme al mio marito. Ora il Sign-re li vuole vicino a Lui.

A tutti coloro che desiderano portare consolazione alla nostra famiglia e compiacimento alle anime di coloro che ci hanno lasciato: Portiamo avanti la loro vita su questa terra.

Genitori, baciate i vostri figli. Dite loro quanto li amate e quanto è vicino al vostro cuore il desiderio che siano degli esempi viventi della Torah, impregnati del timore del Cielo e l’amore del prossimo.

Perfavore aumentate il vostro studio della Torah, da soli o con parenti e amici. Aiutate coloro che hanno difficoltà a studiare da soli.

Perfavore aumentate la luce nel mondo tramite l’accensione dei lumi di Shabbat questo e ogni venerdì sera. (Perfavore anticipate un po’ l’orario pubblicato per aumentare ancora i momenti di santità nel mondo).

Si avvicina la festa di Pesach. Perfavore invitate un’altra persona nelle vostre case per far sì che tutti abbiano un posto ad un Seder per celebrare la festa della nostra libertà.

Assieme al ricordo amaro delle difficoltà in Egitto tanti anni fa, raccontiamo ancora quanto “in ogni generazione si sono messi contro di noi per annientarci”. E tutti insieme annunceremo con voce alta e chiara: “D-o ci salva dalle loro mani”.

Lo spirito del popolo ebraico non può mai essere spento, il suo legame con la Torà e le mitzvòt non potrà mai essere distrutto.

Che sia la volontà di D-o che da questo momento in poi conosceremo solo la gioia.

Invio le mie sentite condoglianze alla famiglia Monsonego per la perdita della loro figlia Miriam, e prego per la guarigione di Aharon ben Leah, che è rimasto ferito durante l’attacco.

Vi ringrazio del vostro supporto e amore.

Fonte.

E’ Colpa Tua!

9 marzo, 2012
Non è colpa mia

 
Questa settimana leggiamo la storia del vitello d’oro. Mentre Moshè si trovava sul monte Sinai D-o gli comunica quanto accadeva sotto, nell’accampamento del popolo ebraico.

“Va’, scendi, poiché il tuo popolo che hai fatto salire dal Egitto si è corrotto.” (Esodo 32:7). Secondo le fonti citate da Rashì in questo il Sign-re rimprovera Moshè. “Non è detto il popolo bensì il tuo popolo”, riferito agli estranei che si sono uniti all’esodo con il permesso di Moshè.

D-o attribuisce la colpa del peccato a Moshè in quanto sembrerebbe che lui di propria iniziativa ha accettato degli elementi esterni al popolo che poi lo hanno portato a degli errori gravissimi.

Chi erano questi elementi indicati dalla Torà con il nome “Erev Rav” (un grande miscuglio di gente)? Quando gli ebrei uscirono dal Egitto molti, possiamo chiamarli opportunisti, saltarano sul carretto della redenzione. Evidentemente non erano dei convertiti sinceri, ma Moshè li concesse il beneficio del dubbio. Ma, come dice il salmista “l’uomo vede con gli occhi ma D-o vede il cuore” e infatti nel momento che Moshè si assentò, hanno usufruito del vuoto per ribellare contro D-o.

Continuando a leggere il testo, troviamo che nel chiedere il perdono per il popolo Moshè si esprime dicendo “questo popolo ha commesso un grave peccato, forgiandosi degli dei d’oro”… (32:31). Noi abbiamo sempre sentito parlare di unico vitello d’oro, perché cambia la descrizione qui? Guardiamo di nuovo il commento di Rashì: Moshè alludeva al fatto che “Tu, Sign-re, ha dato al popolo tanto oro esponendolo alla tentazione di farne poi cattivo impiego”.

D-o dice a Moshè che è colpa sua e Moshè gli risponde che è colpa Sua… ma è un gioco?

Questi brevi passi celano un mondo di differenza tra due punti di vista: E’ preferibile vivere in povertà ma con la fede salda o in ricchezza, con tutte le tentazioni che questo comporta? Ci sono state da sempre molte discussioni tra i maestri su questo.

Nel periodo della guerra napoleonica contro la Russia, molti rabbini importanti pregavano per la vittoria di Napoleone, perché avrebbe portato più libertà e diritti. Rabbì Shneur Zalman di Liadì (autore del Tanya e fondatore di Chabad) era contrario a questa posizione e pregava per la vittoria dello Zar dicendo “è vero che staremo peggio materialmente ma staremo meglio spiritualmente”. (Interessante notare che il Rebbe citato non si limitò a pregare ma in quanto cittadino russo aiutò molto la campagna militare dello Zar, mandando alcuni suoi allievi a spiare negli accampamenti dei francesi, ed hai poi ricevuto dallo Zar un’onorificenza per sé e per i propri successori).

Il successore di Rabbì Shneur Zalman nella nostra generazione, il Rebbe di Lubavitch, era dell’idea che questa tesi valeva in quei momenti ma oggigiorno è preferibile la tentazione della ricchezza a quella della povertà e nel dire questo augurava sempre che tutti possano avere le possibilità di servire D-o con tutto il necessario. 

 
Di rav Shalom Hazan

Alti e Bassi tra Mosè e il Faraone

6 marzo, 2011

Novità

28 gennaio, 2011

Cari amici,

Questa settimana è stata una veramente colma di attività! La domenica sera si è svolta con clamoroso successo la serata del Giudaico Romanesco nell’arte e nella Parola presso il nostro Centro.

Circa 200 persone si sono riunite – molti rimanendo in piedi – ma tutti molto divertiti dalle scenette teatrali opera di Mirella e Giordana che sono venute con l’intera troupe. Un caloroso ringraziamento quindi a loro.

Sono intervenuti il consigliere comunale l’On. Federico Rocca, promotore della serata, che ha portato anche il saluto della Presidenza Capitolina che ha conferito il Patrocinio all’evento. La parola poi a Raffaele Pace, membro del consiglio del Centro e presidente ass. Kadima. Il sottoscritto ha ricordato ai presenti che uno dei grandi maestri del Talmud, Rabbà, apriva le sue lezioni con delle battute di humor, per fare ridere gli studenti. Solo dopo si apprestavano ad ascoltare gli insegnamenti profondi. Questo perché la risata ci da la possibilità di aprire la mente in maniera quasi automatica.

Fonte di ispirazione e grande soddisfazione sono state anche le opere d’arte esposte da Settimio Zarfati e Giacomo Sciunnach. Per entrambi è stata la prima volta che abbiano messo in esposizione le proprie opere che sono state ammirate da tutti i presenti. Auguriamo loro un futuro di grande successo nei loro rispettivi campi artistici.

Le lezioni del lunedì proseguono con l’approfondimento sul Tanya (stiamo studiando degli aspetti mistici legati alla Teshuvà, il ritorno della persona ma anche dell’anima, verso la propria fonte) e stiamo assistendo alle discussione talmudiche delle accademie babilonesi sul tema dei digiuni stabiliti per situazioni di disagio specifici, come la mancanza della pioggia.

Siamo sempre a disposizione per aiutare tutti a mettere i Tefillìn, controllare o acquistare mezuzòt, e così via. Proprio questa settimana una persona ci ha chiesto alcune mezuzòt mentre un’altra ha deciso di iniziare a mettere i Tefillìn e si è rivolto a noi per procurargliele ed istruirlo sulle modalità d’uso… Hazzak!

Mentre durante la giornata di giovedì si svolgeva la lezione del Talmud Torà per i bambinmi con il morè David Limentani, sono stato in abruzzo (clicca per foto e video) per partecipare a vari eventi organizzati dal consigliere provinciale di Pescara, Attilio di Mattia e la fondazione Parete-Bratspis-Shalom in occasione del giorno della memoria. Da un concorso intitolato “i giovani ricordano la Shoà” ad un intervento su un pannel televisivo (che andrà anche in onda su Sky) alla serata organizzata dalla fondazione nel comune di Montesilvano alla quale ha partecipato il superstite di Dachau Ermando Parete e l’eurodeputato Niccolò Rinaldi, autore di “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre”.

Se una Torà deve arrivare a Venezia come la si porta? Ovviamente sulla gondola… Cliccate sull’articolo che racconta l’arrivo di un nuovo Sefer alla Yeshivà gestita dal movimento Chabad Lubavitch a Venezia.

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

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Just do It!
di Miriam Brindisi

C’è una nota marca di abbigliamento sportivo che ha come claim pubblicitario “Just do it”. Invita a non metterci troppo tempo tra il pensare una cosa e farla.

Bene, rav Shalom Ber Hazan ha fatto proprio questo modo di vivere. Solo così ci si può spiegare come un giovane rav abbia avuto il tempo di sposarsi, avere 4 figli e mettere su una struttura multi-tasking come il tempio di Monteverde, che comprende un Gan e che all’occorrenza si trasforma in galleria espositiva e centro ricreativo.

Aggiungiamoci una buona dose di sense of humour e di attenzione a quel che accade intorno e si ha una serata divertente come quella di Domenica 23 Dicembre a cui ho avuto il piacere di pertecipare insieme ad altri amici.Oltre ad una mostra di quadri ad opera di Settimio Zarfati e Giacomo Sciunnach.

Si è assistito ad uno spettacolo divertente e vivace dal nome che è tutto un programma: Sex and The Ghetto nato da un’idea felicissima di Giordana Sermoneta con la collaborazione di Mirella Calò, vere eroine della commedia dialettale giudaico – romanesco.

Ora, la tematica non sembra proprio aappropriata al luogo , al contesto e al fatto che il tutto fosse stato organizzato da un rav. Ma le apparenze ingannano e quando l’intrattenimento è fatto con garbo, acume e simpatia c’è poco da scandalizzarsi.

Abbiamo condiviso un momento di gioia. Speriamo ce ne siano altri.

Articolo pubblicato sul blog di Chabadroma.org. Leggi e commenta.

Succòt in Piazza Farnese

28 settembre, 2010

Da domenica 26/9 a mercoledì 29/9 è presente una Succà in Piazza Farnese a Roma,
organizzata da Chabad Lubavitch
con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio
e del Comune di Roma.

La Succà nel luogo centrale e la presenza dei rabbini Chabad Lubavitch hanno fatto sì che centinaia di persone, di Roma e da molti altri paesi, abbiano avuto la possibilità di adempire alle mitzvòt della festa.


Rav Ronnie ed alcuni turisti con il Lulav


Gianni Letta e Rav Yitzhak Hazan all’inaugurazione

Ghideon Meir, Pier Ferdinando Casini, Renata Polverini

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Anniversario 9/11

3 settembre, 2010

Cari amici,

Nel dare il benvenuto a tutti al ritorno dalle vacanze, ricordo che la data ebraica di ieri, il 23 di Elul, è l’anniversario del giorno dell’attacco alle torri gemelle. Le immagini del fumo fittissimo visto dalle finestre del nostro apartamentino di Brooklyn sono tutt’ora chiare nella mia mente. La settimana precedente Chani ed io ci siamo sposati nella sua Pittsburgh. Quella mattina aspettavamo la consegna di un tavolo che non arrivava e i telefoni cellulari non funzionavano…

Il giorno dopo al tempio incontrai un amico che lavorava lì. “Sai, mi disse, mi sono salvato per le Selichòt”. Le Selichòt sono le preghiere penitenziali che si recitano nella tradizione ashkenazita durante la settimana che precede Rosh Hashanà (per i sefarditi invece per l’intero mese). L’aggiunta di queste preghiere fa sì che la tefillà concluda più tardi del solito ed il mio amico era arrivato tardi al lavoro quel giorno…

Ci domandiamo che senso hanno questi miracoli alla luce della tragedia? Non pretendo di essere all’altezza di poter rispondere ad una domanda di questo genere.

Forse possiamo trarre qualcosa dalla Parashà della settimana che ne unisce due, una intitolata “Nitzavìm” = fermi (tutto il popolo si mise fermo davanti a Moshè per formalizzare il patto con il Sign-re) e la seconda “Vayelech” = s’incamminò.

Il Rebbe di Lubavitch spesso ricordava l’evidente paradosso nell’unione tra questi due nomi per poi spiegare che il concetto è proprio questo.

A volte siamo fermi nel riflettere e a volte dobbiamo avanzare sulla nostra strada. Ci sono dei momenti nei quali si fanno tutte e due le cose contemporaneamente. E’ un cammino fermo, se vogliamo, un cammino potente che nel vedere tutto ciò che si ha intorno – sia il male che può accadere che i raggi di luce che alcuni chiamano miracoli – e trarre la forza per continuare crescendo.

Shabbàt Shalom!
Rav Shalom